sabato 20 febbraio 2016

Happy Deathday

Domenica 19 febbraio 1995
Oggi è il mio tredicesimo compleanno. Sono a casa, aspetto i miei compagni di scuola che presto arriveranno per la festa. Ho la febbre, non per i soliti mali di stagione, ma per quella malattia che mi porterò dietro per tutta la vita. E' una bella giornata, c'è il sole e non fa neanche tanto freddo. Mentre aiuto mamma a preparare i pop-corn, lei mi dice di fare un salto veloce a casa dello zio Teo, tanto abita proprio qui accanto, per invitarlo a festeggiare con noi. Nel frattempo suona il campanello: è Anto, in largo anticipo come al solito, così dimentico di andare dallo zio e mi metto a guardare la tv con la mia amica. Piano piano arrivano tutti, facciamo tante foto, io sorrido anche se il mio viso tradisce quella stanchezza che solo le lunghe cure di antibiotici sanno regalare. Intanto mamy ha provato diverse volte a telefonare allo zio, ma il telefono ha continuato a suonare a vuoto. Sarà in giro con suoi i cani.
Saltiamo la cena, com'è ovvio che sia, dopo un pomeriggio di stuzzicherie, ma alcuni amici di mamma e papà vengono a bere il caffè. Io sono distrutta, saluto tutti e vado a letto. Decido di inaugurare il mio nuovo diario segreto. Mentre scrivo sento degli strani movimenti in casa. Mi alzo e in salotto i miei genitori non ci sono più: tornano subito, mi dicono i loro amici, rimettiti a letto Jo. Sì ma dove sono andati? Hanno ricevuto una telefonata e sono usciti un momento, stai tranquilla. Vai a riposarti, è stata una giornata stancante per te. Così faccio come mi dicono e mi addormento, con una sensazione di preoccupazione e disagio che non mi so spiegare. Dopo diverse ore sento delle voci provenire dall'ingresso. Mamma e papà sono tornati, ora posso dormire più serena.

Lunedì 20 febbraio 1995
Mamma si siede sul mio letto e mi sveglia dolcemente, con un'espressione che tradisce qualcosa che non mi convince. Buongiorno piccola. Come ti senti? Mi accarezza la fronte e sente che ho ancora la febbre. E' stranamente seria, ma non come tutte le volte che, sfiancata dalla mia malattia, prende atto che le medicine non mi stanno facendo nessun effetto. Ti devo dire una cosa. E' un istante che sembra durare un'infinità. Mamy fatica a trovare le parole giuste, ma sa che con me non può fingere. Jo...lo zio Teo è morto. Morto? Mamma come sarebbe? Ha avuto un incidente? - beata ingenuità -. No, Jo...si è sparato. Ma cosa dici! Lo zio non ha una pistola! Infatti...si è sparato un chiodo in testa.
BUIO.

Cosa mi sia successo quel giorno, credo di non averlo mai raccontato a nessuno. All'improvviso ho sentito che la mia infanzia era definitivamente finita. Ricordo di essermi aggrappata all'anta dell'armadio, battendo i pugni per quella verità che non riuscivo a concepire. Per molto tempo non ho avuto il coraggio di chiedere niente a nessuno. Vedevo solo gli adulti che si disperavano. Ho visto mio padre piangere per la prima volta, mia mamma invecchiare da un giorno all'altro, mia nonna distrutta dal dolore e mia zia, incinta della piccola Cathe, al centro delle preoccupazioni di tutti. Mamolo e Tata Lene avevano appena tre anni e non capivano il motivo di tutto quel subbuglio...chiedevano semplicemente perché lo zio Teo non venisse più a cena da noi, come succedeva ogni sera da un po' di tempo, da quando il divorzio da quella strega di sua moglie gli aveva rovinato la vita. A me, però, non era concesso crollare, non in quel momento dove tutti sembravano smarriti e serviva che qualcuno rimanesse lucido. Un ruolo che non so per quale motivo è stato affidato a me da allora e per tutte le volte in cui qualche disgrazia ha colpito la mia famiglia. Sono stata sempre considerata come “la quinta sorella”.
Del periodo successivo ricordo le ore passate chiusa in camera mia a disegnare e scrivere. Nessuno osava entrare lì dentro a parte mio fratello, che mi veniva in braccio e mi guardava con quegli occhioni azzurri, chiedendomi “Perché la mamy piange sempre così tanto?”. Non ti preoccupare cucciolino, la mamma è tanto triste ma presto tutto passerà. E invece non passava proprio nulla. Per mesi (forse anni?) ho vissuto con il terrore che mia madre facesse qualche pazzia. Si è sempre rimproverata di non esser stata capace di stare accanto allo zio e la presa d'atto di essere fallibile, come tutti, l'ha mandata totalmente fuori fase. Si sono tutti auto-accusati di non averlo aiutato abbastanza, ma io sapevo che non era vero. Era sempre stato fatto l'umanamente possibile e la colpa non era di nessuno.
Una sera come tante, lo zio Nino è entrato in camera mia.
Bimba...stai bene? 
Nessuno, fino ad allora, aveva pensato di chiedermelo. 
No. Non c'è niente che vada bene...come ha potuto fare una cosa simile? 
Jo, lui sapeva che era il tuo compleanno, abbiamo trovato un biglietto con il tuo nome sul suo tavolo. Deve essere successo qualcosa che lo ha fatto impazzire all’improvviso, perché in cucina c'era il sugo per la cena. E uno che ha intenzione di farla finita non si prepara il pasto per la sera. E soprattutto sai benissimo che se fosse stato lucido non avrebbe mai rovinato un giorno così speciale per te, ti voleva un bene dell'anima.
Allora io voglio sapere. Ditemi che cazzo gli è successo. Ero sempre a casa sua, spesso dormivo lì, mi insegnava a cucinare, ascoltavamo musica -mi ha trasmesso l'amore per i Queen- e ridevamo sempre tantissimo.
Sei sicura di volerlo sapere? 
Sì, per favore. Ne ho diritto quanto voi.
Il suo vicino di casa, quel dannato pomeriggio, ha visto che i cani erano in giro e si è preoccupato, perché era una cosa strana, lo zio non li avrebbe mai lasciati uscire da soli. Così, visto che alla porta non apriva nessuno e la macchina era parcheggiata sulla strada, ha bussato alla finestra e, guardando dentro, ha visto lo zio a terra. Avresti potuto trovarlo tu, se fossi andata a chiamarlo per la tua festa. I carabinieri ci hanno detto che probabilmente non era solo in casa quando si è ucciso. 
Zio ma cosa stai dicendo? Chi era con lui? Chi ha potuto scappare e lasciarlo lì in un momento simile?
Nessuna risposta, a parole. Ma il nome della persona che ha assistito a quel gesto disperato lo sappiamo benissimo tutti quanti, nome che nessuno, da allora, ha mai più osato pronunciare.
Deve avergli detto qualcosa che lo ha mandato fuori di testa, ma non sapremo mai di cosa si trattasse, anche se qualche idea me la sono fatta.
E così, fammi capire dannazione...i carabinieri l'hanno lasciata andare via così? Se lei era davvero con lui in quel momento, quella puttana deve marcire in galera. E invece no. Insufficienza di prove. 
Jo, ora che sai tutto, mi puoi spiegare cos'è successo oggi a scuola?
Già...quella mattina una mia compagna di classe aveva avuto l'infelice idea di stronzeggiare come suo solito, ma all'ennesima battuta di pessimo gusto su quello che mi era successo, non ci ho visto più e l'ho picchiata, facendole sanguinare il naso e gridandole addosso tutta la mia rabbia. Evidentemente i professori si erano preoccupati di informare i miei.
Nessuno si è poi accorto della mia metamorfosi. Eppure, per anni, non ho più sorriso. 

19 febbraio 2010
Il giorno del mio compleanno non è un giorno come gli altri. 
Il giorno del mio compleanno non è un giorno speciale per me.
Oggi compio 28 anni e non mi interessa. Penso solo che 28 anni fa c'era un giovane uomo che andava in giro felice per le strade del suo paese, dicendo a tutti: è nata la piccola, sono diventato zio! Con il passare del tempo quell'uomo è diventato una salda figura di riferimento per me, mi ha accompagnata nella crescita, mi ha sempre sostenuta nelle mie scelte e mi ha sempre trattata come una sorella, alla pari, quasi come un'adulta, perché non mi raccontava mai bugie per addolcire la realtà. E non lo faceva perché fosse un irresponsabile...semplicemente desiderava farmi capire che, anche se la vita può essere difficile, io avevo tutte le carte in regola per viverla meravigliosamente. Mi ha insegnato quanto fosse bello sorridere, quanto fosse facile divertirsi anche con poco, quanto fosse importante il concetto di famiglia. Una famiglia che a lui era stata portata via, ma nella quale non aveva mai smesso di credere. 
Poi un giorno d'inverno ha deciso che questa Terra non era più fatta per lui ed io sono rimasta sola a guardarlo mentre si allontanava, conscia del fatto che, in ogni caso, non se ne sarebbe mai andato veramente.
Non l'ho mai rimproverato per ciò che ha fatto. Non l'ho mai considerato un codardo, né un fallito. Era semplicemente un'anima fragile e profondamente ferita. Un'anima che non si poteva non amare.

Il giorno del mio compleanno è il giorno in cui la vita e la morte si sono incontrate, quindici anni fa, e in qualche modo si sono annullate e, paradossalmente, amplificate a vicenda.

20 febbraio 2016.
Ad ogni mio risveglio del 20 febbraio trovo un motivo per cui valga la pena viverla, 'sta vita.
E insomma, ad oggi ne avrei almeno 21, di ottimi motivi, che avrei voluto dirti quel 19 febbraio 1995, se solo ne avessi avuto la possibilità.
Perché più mi avvicino all’età che avevi tu allora, più fatico a capire, a comprendere, ad accettare.
Perdonare…beh, quello l’ho fatto subito, credo. Non sono mai riuscita a rimproverarti nulla, neanche di aver in qualche modo segnato per sempre la mia vita, il mio essere, le mie paure, i miei rapporti con gli altri, con l’amore, la mia angoscia della morte e il mio sentirmi sempre e comunque un passo indietro rispetto al resto del mondo. Perché lo so, tutto è cominciato lì.
Forse in modo assurdamente inconscio è me che non riesco a perdonare: per non essere stata abbastanza per te, per non essere riuscita a darti un motivo, uno solo, che ti tenesse in vita. Avevi regalato a me tutto ciò che qualche anno prima avevi comprato per la donna che amavi e diceva di amarti, e che invece ti ha abbandonato con una casa piena di ricordi, come a sbeffeggiati ogni giorno, come un memento costante di quella che tu hai interpretato come una disfatta. Succedeva, però, che laddove gli adulti probabilmente non sapevano arrivare, io, bambina, ci riuscivo, perché tornavi bambino anche tu e forse in quello trovavi la tua rivalsa. Quando passavi qualche ora con me eri felice e io ho pensato che potesse bastare, che un poco alla volta ti saresti tirato fuori da quello stato in cui ti eri lasciato trascinare. Mi sentivo importante, so che lo ero, ma forse non abbastanza.
Lo so, è una sciocchezza abbandonarmi a pensieri simili: avevo appena tredici anni, che cosa cazzo avrei potuto fare per te? Eppure il mio nome era lì, sul tuo tavolo. E sono certa che se tu per sbaglio l’avessi visto, ti saresti fermato prima che la tua mente venisse annebbiata da quella che ho sempre chiamato “follia” ma che effettivamente non saprò mai cosa fosse. 
Cos’è stato, zio? Paura? Disperazione? Rabbia? Che cosa può averti portato a tanto? 
Molte, troppe volte, ho cercato di immaginarmi la scena, i tuoi ultimi pensieri, e ogni volta sento un vuoto che ci inghiotte entrambi e proietta te verso un luogo lontano e me con il muso spiaccicato a terra. 
Non si può morire così a 35 anni. Non si può.
E se tu fossi ancora qui mi daresti ragione, perché la vita concede sempre una seconda occasione, ma tu non gliel’hai lasciato fare.

Qualche giorno fa, a scuola, un alunno mi ha chiesto se è vera la storia che gli hanno raccontato i suoi genitori, quella secondo cui quando una persona muore, va in cielo ma può ancora vederci.
Mi si è stretto lo stomaco. Io avevo la sua età quando tu ti sei ucciso. E oggi ho quasi la tua età di allora. 
E non so se ho mai pensato che potessi vedermi. Eri e sei una presenza costante, come la nonna, e so che ogni piccolo traguardo che raggiungo lo rivolgo a te, come se volessi regalarti un pezzo di ciò che non hai potuto vivere. E un po’ anche come a dirti, affettuosamente: vedi che cosa ti stai perdendo, stronzo? Non potevi ubriacarti come avevi già fatto altre volte, quel giorno, anziché spararti? Quindi sì, ti ho perdonato da subito ma sono ancora profondamente incazzata con te.
E insomma, io a quell’alunno spero di aver dato una risposta rassicurante, come tu avresti fatto con me.
Però tutto sarebbe più facile e divertente e leggero se potessi prendere il telefono e raccontartelo ridendo insieme. So che il nostro legame sarebbe stato un “per sempre” con i fiocchi.
E forse in qualche modo lo è anche così. Il nostro speciale “per sempre”.





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