venerdì 10 ottobre 2014

Notte TU.



 "Chi sei, maledetto? Dove sei stato fino ad ora? Ora che ricompari dopo anni, ora che su di te in qualche modo mi devo ricredere, ora che ti muovi in bilico tra la mia idea di un tu passato e quella di un tu presente. Ma che resta sempre e comunque un'idea. Troppo poco per farci qualcosa, fosse anche un'apericena, quelle robe odiose con nomi cretini ma che vanno un sacco di moda adesso [ancora più odiose dato che non so neppure se ci vada l'apostrofo...per la grammatica è più un aperitivo o è una cena? E, nel caso, che cosa ci diremmo, io e te?].
Entri a gamba tesa con un innocuo pronome a lettere maiuscole. Sai cosa significa? Non l'hai mica scritto a caso, sei meno coglione di quanto talvolta ti piaccia far pensare.
Signorino Tumiturbi, mi vien da chiamarti, chiedendomi se coglieresti l'allusione cinematografica. Certa che comunque, in tante cose, ne sai ben più di me. Parli di nomi e mondi che non conosco e un po'te ne vanti, ma te lo concedo, perché in realtà ti invidio persino.
Sei scema, mi dico, che giri di testa ti stai facendo? Lui è sempre lui, se gratti bene sotto la crosta del personaggio che si è cucito addosso. Chissà poi perché, dimmelo tu, perché sei cambiato, quando io in un certo senso ti adoravo per com'eri prima ma no, non te l'ho mai detto...che te lo dicevo a fare? Ma soprattutto che te lo dico a fare ora, ora che non so mica tanto bene chi sei.
C'era quel gioco stupido tra noi, stupido perché è sempre rimasto gioco. Stupidi noi allora, che le pedine ce le siamo mangiate, mettiamola così. Ma qualcosa, se ci accontentiamo -dai, non ti incazzare per questo- può ancora trovare un senso, una realtà, un'espressione.
Se mi scrivi Notte TU e sai quello che fai.
Altrimenti, sconosciuti come prima.
So long."



mercoledì 8 ottobre 2014

Lilith.

[2009]

Se potessi guardarmi con gli occhi di qualcun altro, probabilmente mi definirei una persona orribile.
Mi chiamo Lilith, ho trentatré anni e conduco un'esistenza così normale che in molti non stenterebbero a definire invidiabile.
Ho un marito, tre figli, una bella casa, un cane, due gatti, un lavoro che mi soddisfa e per il quale mi sento indescrivibilmente portata.
Ve l'ho detto. Ho un'esistenza normale.
Ma non tarderete a disprezzarmi.
Ho amato, mentito, tradito, amato ancora, goduto e, infine, ucciso.
Già vi vedo, con l'espressione di rimprovero, scuotere la testa.
Ebbene sì, ho una fottuta doppia vita.
E ho tre amiche che non mi giudicano mai per quello che faccio: “Ti è piaciuto, almeno?”. 
Adorabili cattive bambine.
I miei segreti sono fatti per essere portati nella tomba.
Con gli anni ho imparato a tessere trame e orditi di inganni e, quasi sempre, ho ottenuto tutto ciò che volevo.
Non siate ipocriti. Io sono semplicemente colei che dà voce ai vostri pensieri più osceni, alle vostre smanie più inconfessabili, ai vostri sogni più indecenti.
Siate onesti, almeno con voi stessi.
Non avvertite anche voi quella irrefrenabile pulsione a sentirvi vivi?
Quella bruciante necessità che vi logora le viscere e che più volte avete allontanato come tentazione diabolica?
Quell'aspro senso di nausea che vi stringe la gola quando aprite gli occhi al mattino, sapendo che la giornata sarà uguale a tutte le altre già passate e a quelle ancora a venire?
Tutto questo fermento, signori, questo sentire primordiale è la vita che vi implora dal più profondo del vostro spirito. La vostra vita, segregata in una cella di apparente benessere, di sorrisi plasticati, di malcelato orgoglio con il quale difendete allo strenuo i valori di cui, al massimo, conoscete il nome.
L'istinto di sopravvivenza che avete sottomesso ad una più dignitosa apparenza, non resta fermo ad aspettare che la morte arrivi a spegnerlo. In realtà, voi siete già morti da un pezzo, da quando avete smesso di ascoltarvi per sedervi nella comoda tranquillità di una vita senza aspettative, priva di quel brivido incontrollabile che attraversa ogni centimetro dell'involucro in cui siete ospitati.
Quell'istinto che soffocate, perché testimonianza del vostro essere animali, non tace mai.
Potete cercare di ignorarlo, voltando altrove lo sguardo con un teatrale gesto di sublime falsità.
Potete innalzarvi a giudici spietati, puntando il dito contro chi quel primigenio fremito non lo tiene a bada, ma lo lascia esprimere come natura esige.
Potete nascondervi dietro le vostre stesse bugie.
Ma non vi salverete.
La vera salvezza sarà per coloro che, tacciati di eresia, avranno cercato, compreso, raggiunto il più estremo atto di coraggio che l'essere vivi comporta.
Guardatevi allo specchio, ora.
La mia doppia vita è la completa realizzazione della vostra mediocrità.
Il mio peccato è la vostra codardia.


mercoledì 3 settembre 2014

Welcome Back.

Ok, mi sono detta: "Ora riparto a scrivere. Ne ho bisogno. Ma non starò lì a smenarla (a chi, poi?) sui motivi che mi hanno ridotta al silenzio, sul fatto che non ho il blocco dello scrittore ma semplicemente un figlio che mi ciuccia tempo ed energie, su come la lenta agonia della mia Abulafia e i singhiozzi della connessione stiano compromettendo ogni mio tentativo di tornare sulla tastiera...nonnonno. La metascrittura di autogiustificazione non fa per me. Scriverò e basta."
E invece. Questo è quanto. S'aveva da specificare, via, per onestà intellettuale.

Questo post, dunque, prendiamolo per quello che è. Uno squarcio nella tenda in cui mi sono addormentata. Un rompere il ghiaccio per dimostrarmi che non mi sono proprio rincoglionita totalmente, diciamo solo un po'.
Stimoli ne abbiamo.
Voglia pure.
Tempo meno, ma lo troviamo.

Sicché, bentornata a me...forse.

martedì 11 marzo 2014

In my place.

Non penso che le persone siano naturalmente predisposte a deludere gli altri. Penso, piuttosto, che nel processo di delusione giochino un ruolo fondamentale le aspettative. Quelle troppo alte. O, semplicemente, quelle che nascono dal presuntuoso desiderio che le persone di cui sopra la pensino come noi, provino ciò che proviamo noi e, di conseguenza, agiscano come agiremmo noi. 
Roba del tipo "mettitineimieipanni" o "sesolofossiinte".

Ad esempio, se tu fossi nei miei panni, capiresti per quale ragione aspetto ancora qualcosa che assomigli ad un chiedere scusa o, almeno, un'ammissione di concorso di colpa. Ma no. Non è vero. Forse neanche. Forse vorrei solo che tu ti mettessi nei miei panni per renderti conto di quante piccole ferite mi hanno provocato il tuo silenzio o le tue frasi al vetriolo o ancora il tuo trattarmi come una con la quale non vale la pena condividere niente. Neppure la nascita di mio figlio, che per altro hai visto solo una volta e per puro caso, dopo aver liquidato freddamente il messaggio che ti ho scritto dopo il parto. Non mi interessa la ripicca, men che meno voglio restituirti il favore. Non sono proprio fatta così, e poi a te voglio bene. Vorrei solo un po' di empatia, forse. Quella che da sempre è stata il nostro punto di forza. Se non altro per restituire un po' di giustizia a questo rapporto che...boh. Non so più bene che cosa sia, ma so che mi rende incerta per ogni microscopico passo che faccio, per ogni minima parola che dico. Mi chiedo se credi ancora nella nostra amicizia come ci credo (o spero) io. Mi chiedo un pochino quale sia il mio posto. Mi chiedo se io non sia diventata per te "una qualunque" e se non sia, a questo punto, il caso di farmene una ragione e di non sentirmi stupida ogni volta che mi muovo verso la tua direzione. Le risposte le posso avere solo da te e probabilmente non le otterrò mai. Perché le aspettative si aspettano, mica si palesano, altrimenti non vale. Io vorrei solo che riuscissimo a parlarci chiaramente, con calma e con tanto desiderio di rimettere le cose a posto una volta per tutte, per goderci serenamente tutti i momenti belli che ci aspettano (e ce ne aspetterebbero tantissimi, lo so). Vorrei non avere aspettative, anche.
Che poi magari a te non frega un cazzo, sono solo io a farmi giri di testa perché per te è tutto normale così e non ti interessa di avere nulla di più né di meno. Magari eh...la butto lì. 

Che poi io non volevo neanche scrivere a te. 
Dovevo lamentarmi con finto disappunto del fatto che l'otto marzo, nonostante le mie aspettative, ho ricevuto solo una mimosa dal gestore del ristorante in cui ho cenato. E le ho pure dimenticate in macchina di Jessica. E comunque era già passata la mezzanotte quindi era solo un modo che il buonuomo aveva per levarsele di torno. 
Che mondo miserabile...