mercoledì 31 ottobre 2012

Today is the day.

E' da un bel pezzo che penso e ripenso a questo post...a quando avrei deciso di scriverlo e soprattutto a cosa avrei avuto intenzione di dire...o, meglio, a come dirlo. 
Perché quello che stiamo vivendo da tre mesi è sì qualcosa di talmente straordinario da desiderare di urlarlo al mondo intero, ma è anche qualcosa di estremamente intimo, solo ed unicamente nostro. 
Per questo scelgo, proprio oggi, di pubblicare uno scritto che buttai giù all'incirca un anno fa, quando l'evento che ora ci sta travolgendo in modo così emozionante era solo un progetto, senza scadenza ma già presente nei nostri desideri di persone e di coppia. Già allora ne parlavamo tanto, immaginavamo come sarebbe stato e per questo annotai i nostri pensieri, condivisi in ogni virgola.
Era una lettera che scrivemmo a qualcuno che allora non esisteva, ma ora c'è e comincia a farsi vedere.


Ciao cucciolo,
non hai ancora un nome perché saremo noi a dartelo, non appena vedrai la luce della vita.
Probabilmente tutto ciò che stiamo per scrivere non te lo diremo mai.
Sarà una silenziosa dichiarazione di intenti e di speranze.
Sappiamo che non sarai figlio nostro, ma figlio della vita.
Il nostro compito sarà trasmetterti tutto il bene che possiamo, dovremo indirizzarti e guidarti, perché a forgiarti ci penseranno le esperienze.
Ti insegneremo a comunicare, a muovere i primi passi, a renderti conto che non sarai mai solo e che tutte le tue azioni e le tue scelte avranno delle conseguenze su chi ti circonda, oltre che su di te.
Ti insegneremo ad accettare i fallimenti come stimoli e a godere di tutte le tue conquiste.
Ti insegneremo a pensare, ma a modo tuo.
Ti trasmetteremo il senso del sacrificio.
Ti faremo sentire quanto possa essere allo stesso tempo meraviglioso e terrificante il mondo che ti circonda.
Ti insegneremo il rispetto verso gli altri e verso te stesso.
Cercheremo il più possibile di assecondare le tue inclinazioni, affinché tu possa un giorno sentirti realizzato e vederci fieri di te.
Tenteremo di farti sviluppare un giusto senso critico.
Non pretenderemo che tu ci veda perfetti, perché non lo siamo e non lo saremo.
E quando ci odierai -perché lo farai, almeno una volta- dovremo essere capaci di comprenderti e ascoltare le tue ragioni, perché sarà allora che ci rinfaccerai di averti insegnato a difendere le tue posizioni.
Ti aiuteremo a trovare la strada per guardarti dentro, perché è necessario che tu lo faccia, ma dovremo anche lasciarti libero di sbagliare.
Ti racconteremo di noi, delle nostre vite prima del tuo arrivo e tu, nella tua immaginazione, ci vedrai come due che sono sempre stati insieme perché non ci potrai figurare come due entità che hanno avuto un passato non condiviso.
Ti faremo capire che si può vivere a diversi livelli, ma sarai tu a scegliere su quale piano stare.
Saremo le tue matrici, ma tu non sarai la nostra fotocopia.

E poi lo capirai da solo.
Capirai che la vita talvolta sembra ingiusta.
Vivrai sulla tua pelle delusioni fortissime e sofferenze che potrai condividere con noi.
Saprai amare, amerai e sarai amato, in tutti i sensi possibili e immaginabili.
Avrai una fantasia tale da far tornare bambini anche noi.
Sarai curioso e ti stupirai.
Scoprirai quanto possano essere deludenti, a volte, le persone, ma anche quanto possano inaspettatamente sorprenderti.
Vivrai tantissime prime volte: le prime parole, il primo giorno di scuola, il primo amore, la prima sbronza, il primo lavoro...
Ti troverai in un mondo che cambia velocemente e per il quale, a dircela tutta, non siamo preparati neanche noi.
Cercherai la tua strada, imparerai ciò che è giusto per te e ciò che non lo è, saprai distinguere tra il bene e il male, tra ciò che ti renderà felice e ciò che ti ferirà.
Cadrai e vorrai rialzarti da solo, pur sapendo di averci sempre al tuo fianco.

E sarai tu ad insegnarci quanto è potente il nostro amore: non metteremo da parte noi stessi ma allargheremo il nostro centro includendo anche te in un unico abbraccio.
Sarai tu a farci arrabbiare o ad arrabbiarti dicendoci “Ma insomma, siete stati giovani anche voi!”.
Sarai tu a renderci orgogliosi e felici, di una felicità nuova che ora possiamo a malapena immaginare.
Sarai tu a completare il senso della nostra famiglia.
Sarai tu darci lo stimolo a crescere ancora, ponendoci quelle domande che anche noi ci siamo già fatti mille volte. E magari sarai proprio tu a darci le risposte che non abbiamo trovato.
Sarai tu a regalarci nuove emozioni che noi forse abbiamo un po' dimenticato.
Sarai tu a farci ritrovare la fantasia, quando dovremo inventarci storie da raccontarti o interpretare i disegni con cui tappezzerai la casa.
Sarai tu a farci sorridere quando imparerai a parlare e quando ti sorprenderai di fronte a cose che noi ormai diamo per scontate.
Sarai tu a farci chiedere se e dove abbiamo sbagliato. Perché succederà. Tu non nascerai con il libretto di istruzioni, ma sarà questo il bello di tutto.

Lo so, è strano scriverti ora che neanche esisti, se non come idea.
Però ultimamente pensiamo tanto a te.
Non sappiamo quando arriverai ma a modo nostro ti aspettiamo.


...Love, love is a verb 

Love is a doing word 

Fearless on my breath 

Gentle impulsion 

Shakes me, makes me lighter 

Fearless on my breath...



sabato 13 ottobre 2012

Io non sono Avril Lavigne.



Ok, ora basta, davvero.
All'inizio la cosa mi faceva sorridere...ma ora anche che no.
Sono sette-anni-sette che, prima o dopo, nelle classi in cui insegno, qualcuno tira fuori la domanda: «Prof...ma lo sa che lei è uguale ad Avril Lavigne?».
Ripeto...qualche anno fa ci poteva anche stare, perché, ahimé, per il mio vizio di pasticciarmi i capelli, avevo striato la mia lunga chioma bionda con diverse ciocche fuxia. Sì, come Avril Lavigne. Quindi all'epoca me le cercavo anche, diciamocelo.
Ora però no, dai...Ho i capelli decisamente più corti e a scuola li porto legati, sono finalmente del mio colore, senza cazzatine di sorta, ma non basta. Nella loro mente io somiglio ancora ad Avril Lavigne.
Perché mi trucco gli occhi come lei.
Perché mi vesto come lei.
Perché canto in una band. Coooosa? La prof. canta in una band? E perché non ce l'ha mai detto?
«Prof! Ma allora lei E' Avril Lavigne!». Il sillogismo non fa una piega.

Ma scusate, ma come fate voi, piccoli mostriciattoli mangiamerendine, a sapere chi è Avril Lavigne?
Non era tipo sparita dalla scena musicale anni fa, dopo un piccolo cameo nei titoli di coda di Alice in Wonderland del 2010? Capisco la fissa che potevano avere i vostri "colleghi" di quattro-cinque anni fa...ma voi...voi...che ne sapete di Avril Lavigne?

«Ma prof...c'è la sua foto sul libro di inglese!».
Ah ecco. Funzionano così le nuove generazioni. Io sul mio libro di inglese avevo un fumetto del cat che stava on the table e voi avete la foto di Avril Lavigne. Ops scusate. La mia foto.
Sì perché ormai ci credono davvero. Anche se ho cercato di far notare le evidenti differenze tra me e la Avril, tipo che lei, pur avendo un par d'anni meno di me, è già sposata, divorziata e ora sta con il cantante dei Nickelback (questo non lo sapevo, me l'ha detto wikipedia); tipo che sicuramente il mio conto in banca ha qualche zero in meno rispetto al suo; e tipo che, comunque, io non ho mai venduto 11 milioni di copie di un album e che l'anno scorso il concerto più importante che ho fatto è stato alla Croix Noire di Aosta.
Inutile.
Io per loro sono Avril Lavigne e basta. 
Zitta e porta a casa.

mercoledì 10 ottobre 2012

Il mio bastone è più lungo.

L'altroieri stendevo. Ok, non è un evento degno di nota, come non lo è il fatto che mi sia caduta una federa sullo stendino di quelli di sotto. I quali, ovviamente, in quel momento non erano in casa. E vabbeh, che sarà mai. Quando torneranno, vedranno la federa e me la porteranno.
Ecchessaràmmai.
Errore. Erroraccissimo.
Questo pensiero era il mio, era quello di Ric e probabilmente era anche quello dei miei gatti.
Ma non il suo. Non il suo di lei. Non il suo di lei, la vecchia tritamaroni delle mie brame, mia vicina di casa, incubo dei miei giorni e delle mie notti.
Ci ha messo credo 37 secondi a notare quella federa che ha scombussolato il suo equilibrio cosmico e a catapultarsi alla mia porta: «Driiiin-toctoctoc!». Perché lei è peggio del postino che suona sempre due volte. Lei suona e bussa, per essere certa di disturbare fino in fondo, non solo a metà.
Apro, con l'occhio destro che già trema, preda di quel tic nervoso che mi assale ogni volta che ci ho a che fare.
Neanche buongiorno, scusa il disturbo o crepa. No.
Parte all'attacco: «Ti è caduto qualcosa dal balcone, prova ad usare questo per tirarlo giù» e mi sventola davanti un bastone di legno che, immediately, la mia mente ha immaginato di usare in mille modi, tranne che per recuperare la federa.
«Ma no signora, grazie. Non ce n'è bisogno. Lo abbiamo anche noi un bastone - e ce l'avevamo, per dio, proprio lì sul divano-. Non si preoccupi!».
«Eh no, perché sai, qui la gente ruba le cose che cadono dai balconi. Ad una signora è caduta una roba e non l'ha più trovata!». Me la ricordo questa storia. Anche il mio accappatoio di Hello Kitty all'epoca aveva rischiato grossissimo.
«No davvero, lasci perdere. Ci pensiamo noi! Usiamo il nostro bastone!»
«Ma il mio è più lungo. Guarda». E lo fa. Lo fa davvero. Mi spinge la porta addosso e come un panzer mi entra in casa. Prende il nostro bastone dal divano e, con somma gioia, scopre di aver ragione. Il suo fottuto bastone è più lungo del nostro. Io intanto sto per avere una crisi isterica, non per il complesso da spogliatoio, ma perché, dopo anni di violazione di privacy nell'androne del condominio, ora ha palesemente invaso fisicamente il mio spazio privato e la cosa mi dà in testa.
Ringhio qualcosa a Ric. Qualcosa tipo «Pensaci tu perché io l'ammazzo», mentre la vedo dirigersi con passo fiero verso la porta del nostro balcone e io ancora sono lì, immobile sulla porta, incredula e inerme. Con un pensiero che immediatamente mi balena nella mente e mi butta nel panico più terribile: SUL BALCONE C'E' IL VECCHIO ZERBINO.

Flashback.

Questa storia è diventata ormai leggenda. L'avevo raccontata nel defunto blog e sono costretta a riportarla qui. Chi già l'ha sentita mille volte può comodamente skippare fino al prossimo paragrafo.
Orbene, era la sera della vigilia del Santissimo Natale dell'Anno Domini 2010. E io vivevo da sola. O meglio, vivevo coattamente da sola, abbandonata solo pochi giorni prima, col cuore spezzato, i coglioni frullanti e una cena a base di minestrina e prosecco. Però ero contenta, perché quel giorno mi ero regalata uno zerbino strafigo, con due gatti teneroni, e l'avevo già piazzato in bella mostra al suo posto, davanti all'ingresso. Ognuno si vive le sue crisi come può e si accontenta di poco, oh.
In una situazione del genere, volevo solo passarmi la mia serata in mestizia totale quando...«Driiiin-toctoctoc!».
Pensiero numero uno: No. Cazzo no. Non può essere.
Pensiero numero due. Forse vuole solo farmi gli auguri di Natale. Ssssseh.
«Senti, questo zerbino non lo puoi usare, perché sul pianerottolo devono essere tutti uguali, lo dice il regolamento di condominio!»
«Prego?». Ingenua, non è il prosecco che ti fa sentire male le parole. Sta davvero sindacando sul tuo zerbino.
«Non puoi mettere questo zerbino, devi averlo uguale agli altri, quindi rimetti l'altro».
«Io non credo proprio. Comunque mi informerò. In ogni caso, mi spiace, ma il mio vecchio zerbino l'ho buttato perché era, appunto, vecchio e sporco, perciò ora lascio questo».
«Come l'hai buttato? E dove l'hai buttato? Non potevi buttarlo!»
«E dove l'avrò mai buttato? Nella monnezza, no? Non era mica un tappeto intrecciato a mano con crine d'unicorno...e poi le ripeto, faceva schifo, era vecchio di centomila anni!»
«Non è possibile. Vado a cercarlo nei bidoni perché tu devi usare quello!».
E sono rimasta lì, impassibile, mentre la vedevo avventurarsi nella neve con una torcia, alla ricerca dello zerbino perduto. Nei bidoni. Della monnezza. Di tutto il complesso condominiale. La notte della Vigilia di Natale. Peccato.
Peccato che suddetto zerbino io non l'avessi affatto buttato. L'avevo solo messo in balcone. Perché non faceva proprio schifo schifissimo, ma quello con i gatti era indubbiamente meglio. Chevvelodicoaffà.
Roba che lo Scrooge di Dickens faceva 'na pippa alla mia cattiveria di quel momento. E ho goduto davvero tanto nel sentirmi una brutta, bruttissima persona che, alla vecchia tornata a mani vuote, rispondeva: «Eeeeeh sarà già passato il camion della monnezza. Spiace!», senza sapere che da allora l'avrei pagata, per mesi -MESI!- perché ad ogni occasione la questione veniva riproposta.
«E questo zerbino non va bene. E se ne trovo uno come il mio te lo compro. E non può essere che l'amministratore ti abbia detto che puoi tenere questo con i gatti perché l'amministratore non capisce niente del regolamento di condominio...». Certo. 
Poi il tempo è passato e forse a quello zerbino si è affezionata anche lei, tant'è che ultimamente non se ne è più discusso.

Ora, però, tornando all'impresa sul balcone, la vecchia vedrà che lo zerbino che credeva irrecuperabile sta proprio lì. Davanti ai suoi piedi. E che io le ho mentito. E, peggio ancora, magari pretenderà che io rimetta proprio quello all'ingresso dell'appartamento. 

Signoretipregofachenonloveda.
Ok...finito di armeggiare e appurato che il suo bastone non è abbastanza lungo per recuperare la federa, se ne va come è tornata. Io nel frattempo sono ancora all'ingresso imbalsamata. Non ha visto lo zerbino, forse perché ormai è irriconoscibile, esposto com'è stato alle intemperie di stagioni e stagioni. Dai, è andata anche questa.
«No, non ci credo! Vieni a vedere!». E' Ric che, dal balcone, scopre che "qualcuno", dal piano ancora più sotto, armeggia con un bastone verso la federa che ormai è diventata più preziosa di una reliquia. Federa che finalmente cade in giardino. Federa che in tempo zero viene recuperata dalla vecchia -con Ric che le tiene il passo con la musica dello squalo- e riportata a me. Cioè...è riuscita ad andare a rompere i coglioni anche a quelli del piano terra per una cosa che non le apparteneva neanche, solo perché vederla lì, appesa allo stendino sbagliato, le mandava in tilt i neuroni. 
E adesso magari devo anche ringraziarla. Mando Ric che si becca il solito «Perché io vi voglio bene eh...», stile "Perché io valgo” L'Oréalliano. Minchia, pensa se ci odiasse...
«Comunque prima mi ha strizzato un capezzolo». Ah già. Perché oltre a volerci bene, la vecchia ha un amore folle per il mio uomo e una volta gli ha anche mandato i baci dal balcone. 
Ecco. Un motivo in più per detestarla. Tié Albertone, pensace te.