martedì 26 giugno 2012

Sia.

Comincio a ripubblicare i post superstiti dal mio defunto blog. E scelgo di partire da questo, oggi, perché è giusto così.

Sia era un microscopico esserino. Piccola come una formica. Di fatto, era proprio una formica.
Dunque, c’era una volta una formica. Una sola. Perché Sia era l’unica formica rimasta al mondo.
Un tempo viveva nella magnifica città di Atta: un enorme formicaio costruito ad arte, mirabolante opera ingegneristica d’avanguardia.  Ad Atta ogni formica svolgeva la sua mansione collaborando per il bene di tutte le sorelle. Le strade della città brulicavano di vita e le piccole abitanti lavoravano incessantemente dall’alba al tramonto, finché Sia –era questo il suo ruolo- dava finalmente il segnale del riposo: sfiorava con le antenne le lamelle dell’Omphalotus Olearius, un fungo magico dai riflessi dorati, diffondendo un incantevole suono d’arpa. Seguendo le note di Sia, ogni formica si incamminava verso il centro della città e si accoccolava attorno al fungo. Solo quando l’ultima formichina ritardataria raggiungeva le altre, l’Omphalotus cominciava ad emanare una luce verde brillante, lievemente pulsante ed avvolgente.
In quell’istante milioni di antenne ondeggiavano toccandosi tra loro con delicatezza, dando vita ad un’armoniosa sinfonia di buonanotte.
Questo era il più bel ricordo che Sia conservava del suo passato.
La città di Atta fu distrutta in una notte senza luna da un tremendo incendio che sorprese tutte le formiche nel sonno. Sia era sveglia, perché la sua melodia accompagnava i sogni delle sorelle fino al sorgere del Sole e vegliava su di loro. Ma quella notte non fece in tempo a dare l’allarme: l’esplosione fu talmente improvvisa e devastante da cancellare in pochi secondi il formicaio e tutte le sue abitanti. Solo Sia si salvò, protetta dal luminoso Omphalotus, ma i suoi occhi l’indomani non poterono vedere l’apocalittico scenario: Sia avrebbe dovuto vivere per sempre in un mondo di ombre.
Camminò per ore tra le macerie del formicaio, tastando con le sue antenne i resti ormai inermi delle sorelle finché, stremata, tornò verso quell’unica luce verde che riusciva a distinguere. Il gambo del fungo era spezzato in due, ma lui brillava ancora debolmente per un ultimo addio alla città di Atta. Sia si rifugiò sotto il cappello e lì si addormentò.

Passarono i mesi. Sia ormai aveva imparato un breve percorso che la portava dal luogo dove un tempo sorgeva il formicaio –e che lei aveva faticosamente trasformato in un piccolo monolocale su misura per lei – fino ad un grande albero che poco alla volta aveva esplorato, nutrendosi delle sue foglie e bevendo le gocce di rugiada che l’Alba generosamente le regalava. Ogni giorno si arrampicava sul tronco con discreta sicurezza e si sedeva in silenzio sul ramo più alto, persa nel suo mondo di ombre, sentendosi piccola e sola. E proprio mentre ormai il Sole stava per lasciare spazio alla sera e Sia si incamminava verso il suo nido, un ultimo raggio riflesso colpì lo sguardo cieco della formichina. L’ombra del mondo di Sia fu attraversato da una luce verde brillante, come quella del suo amato Omphalotus. Istintivamente la formica seguì quel raggio incuriosita, chiedendosi se potesse esistere al mondo un altro fungo come quello che le aveva salvato la vita. Avanzò tastando la corteccia dell’albero con le sue antenne, finché non raggiunse la fonte di tanto brillare. Non poteva essere un fungo, non era morbido e soprattutto…aveva le antenne. Non come le sue, no. Erano antenne lunghe che accarezzavano un corpo…un corpo vivo! In quell’istante due ali si mossero spaventate ma Sia, decisa a non scappare, continuò ad indagare su quella superficie liscia con le sue antenne, battendo delicati colpi sul dorso dello sconosciuto, come faceva per comunicare con le sue sorelle.
Rhy era un afide, un Pidocchio delle Piante. Ma lui detestava questo nomignolo che lo faceva sembrare un insettucolo insignificante. Tutti lo conoscevano come Rhy l’Eremita. Non aveva mai amato la compagnia dei suoi simili e per questo passava le sue giornate da solo, a rosicchiare foglie esplorando il mondo. Si infastidì, quella sera, quando sentì le sue antenne sfiorate da un’insolita carezza. Voltandosi vide una formichina e il suo fastidio si trasformò in stupore: non se ne erano più viste in giro, dopo la notte del Grande Incendio. Quel terribile evento era ancora presente nella mente di tutti. Il mondo degli insetti ne era rimasto profondamente scosso, tanto che si mobilitarono a miliardi nel disperato tentativo di trovare tra le macerie qualche cugina formica superstite. Ma della famosa città di Atta non era rimasto nulla, se non il cappello del magico fungo che i volontari decisero di non toccare, in memoria e onore delle operose abitanti. Con il passare del tempo le ricerche furono abbandonate e la città restò viva soltanto nel ricordo degli insetti più anziani e nei racconti del mistero dei più giovani.
Rhy dunque ebbe un sussulto quando vide Sia, così indifesa ma così tenace nel tentativo di comunicare con lui.  L’afide era incredulo e confuso, ma fu l’istinto a suggerirgli cosa fare. Senza dire una parola, offrì alla formichina un po’ della sua melata. Sia sentì un delizioso gusto zuccherino che la inondava inspiegabilmente di felicità. Diede nuovamente piccoli colpi con le antenne, ma trovò solo il ruvido tronco dell’albero. Rhy era volato via. Si rendeva conto del miracoloso incontro ma si scoprì impreparato, abituato com’era alla sua solitudine. Non se ne andò realmente…si era semplicemente spostato un poco più in alto e studiava da lontano i movimenti della formichina che ancora lo cercava.
Ormai il buio aveva inghiottito ogni cosa e Sia non era più in grado di tornare nel suo nido. Contò i suoi passi e lentamente raggiunse il suo ramo preferito. Si accoccolò tra le foglie e decise di passare lì la notte, ancora inebriata dalla dolcezza della melata e decisa a ritrovarne, l’indomani, la misteriosa fonte. Poco distante, Rhy restò a fissarla, immobile, maturando con il passare delle ore la crescente certezza che, in un modo o nell’altro, avrebbe fatto qualcosa per quella formichina.

[…to be continued]

venerdì 8 giugno 2012

La legge del piedistallo.

«Da dove iniziare? Se fosse possibile, inizierei contemporaneamente da ogni parte».
[Che tu sia per me il coltello - David Grossman]

Doveva essere un'operazione semplice. O almeno. Lei avrebbe voluto così.
In genere era sempre stata molto brava a gestire il proprio passato. Lo classificava e lo conservava quando credeva ne valesse la pena. Oppure lo eliminava, quando riteneva fosse necessario per la sua sopravvivenza. Così si era trovata ad immergere nell'ambra persone, luoghi, sensazioni, immagini, parole e istanti che voleva rimanessero eternamente impressi nella sua memoria. Ugualmente aveva bruciato e distrutto persone, luoghi, sensazioni, immagini, parole e istanti che non dovevano appartenerle più.
Era profondamente certa che ogni microscopica stilla di esperienza vissuta avesse contribuito a renderla ciò che era diventata, ma anche che ci fossero dettagli che dovevano resistere al tempo solo nelle loro conseguenze, non nella loro essenza.
Questo era dunque il suo rapporto con il passato.
Si guardava indietro assai di rado e se lo faceva era solo per rievocare gli affetti più cari, i ricordi d'infanzia e pochi altri dettagli. Il resto era come se fosse stato vissuto da un'altra persona. E di fatto era proprio così: quella era un'altra persona, che ora era morta, uccisa senza troppi convenevoli né rimpianti.
Si sentiva serena per questo.
In genere era decisamente brava a contestualizzare, perciò anche i suoi rapporti con le persone le apparivano esclusivamente nella loro unicità. Aveva sofferto per i più disparati motivi e ogni tanto quelle ferite bruciavano come segnali d'allarme. Ma detestava i confronti e per questo preferiva proiettarsi nel presente di volta in volta, con i residui di "cose imparate dal passato" che la aiutavano a spegnere quei sensori, ma che non avevano nessun'altra influenza nella sua vita attuale. Perché, nonostante tutto, non poteva fare a meno di fidarsi di chi amava.
Eppure qualcosa in lei continuava a non funzionare.
Si sentiva piccola.
Piccola di fronte al passato che non era il suo.
Piccola di fronte a chiunque altro, perché non era mai stata capace di sentirsi...abbastanza. 
Abbastanza donna, abbastanza interessante, abbastanza sexy, abbastanza divertente, abbastanza coinvolgente, abbastanza tutto. O abbastanza niente. 
Ed ora sì, ecco che faceva confronti, eccome.
Trovava che in ogni cosa ci fosse sempre qualcuno migliore di lei. Il che non lo considerava necessariamente un problema, perché sapeva che questo era uno stimolo a migliorarsi in continuazione e di norma non le era neanche mai interessato primeggiare. Un pochino le piaceva addirittura essere l'eterna seconda.
Ma c'era un'eccezione, un unico ambito in cui desiderava ardentemente sentirsi inarrivabile, non sul gradino più alto - un podio è così affollato- ma in cima ad un piedistallo, dove c'era spazio solo per lei e nessun altro al mondo.
Quello era l'amore. Cielo, suonava così ovvio e smelenso. Ma lei davvero non l'aveva mai provata quella sensazione e probabilmente non l'avrebbe provata mai. 
Ed era davvero egoista in questo, se ne vergognava persino.
Razionalmente sapeva che non tutti erano come lei, capaci di resettare il passato e gestirlo come lei aveva imparato a fare.
Irrazionalmente, avrebbe voluto essere un virus schifoso, una sostanza acida e corrosiva che cancella tutto ciò che non è...se stessa. Solo lì, solo in amore, avrebbe voluto essere il centro del mondo e tutto sommato non le pareva una pretesa così assurda, anzi. A tratti lo considerava un desiderio più che lecito. Semplicemente perché lei era capace di farlo. Ora che amava, e amava in tutto e per tutto,  il resto, persino gli amori passati in cui aveva investito tempo ed energie, scomparivano e addirittura faticava a chiamarli amori. Soprattutto ora. Ora che sentiva di aver trovato l'Amore vero, quello definitivo, quello che rendeva microscopiche tutte le esperienze passate e che avrebbe difeso con la sua stessa vita. Quello che aspettava da sempre.
Lei sapeva bene cosa provava e in questo si rassicurava e si sentiva felice.
Però, per lui, si considerava l'ennesima.
Non unica e inimitabile.
Non assoluta e irrinunciabile.
Talvolta, una fotocopia mal riuscita e in bianco e nero. Perché ormai la cartuccia del colore si era esaurita.
L'alternativa al nulla, l'incarnazione di un accontentarsi del meno peggio, sostituibile alla prima occasione buona.
Il "però" che riapre il baratro dopo un'affermazione di illusoria certezza.
Per questo bramava di sentirsi dire che con lei era tutto diverso, che stavolta no, non c'era davvero paragone.
Parole che nessuno le aveva mai rivolto, perché lei non aveva mai giocato in un altro campionato. Era sempre, anche qui, l'eterna seconda. E se per caso riusciva a raggiungere la vetta della classifica, poco importava, perché comunque era la capolista della serie B. Nulla di più.
Non era lei l'età dell'oro e doveva certamente farsene una ragione.
Non avrebbe mai visto il mondo dall'alto di un piedistallo, era un privilegio concesso ad altre.
Altre che erano venute prima e che erano migliori per un miliardo di ragioni. Forse persino altre che sarebbero venute dopo e che l'avrebbero di nuovo spinta in una massa indistinta.
Non era invidia, no. A dirla tutta non era neanche gelosia.
Era una semplice arrendevolezza di fronte a semplici dati di fatto.
Avrebbe potuto lottare, certo, per aggiudicarsi la lettera maiuscola che le spettava di diritto. Correre più veloce, saltare più in alto, gridare più forte. Ma non voleva farlo, perché quel piedistallo non si guadagna con uno sforzo attivo, come invece bisogna fare per un podio. Sul piedistallo ci si trova a prescindere, ma bisogna esservi posti da qualcuno. Non perché si è fatto qualcosa di speciale, ma perché si è speciali. Così aveva fatto lei, quando ne aveva costruito uno, quest'unica volta, per regalarlo alla persona che per lei era tutto. Tutto ora e tutto anche nell'insieme della sua intera vita. Un tutto che era gigante e che stava lì, troneggiava sul piedistallo come nessuno mai.
Ma lei no, lei aveva di nuovo raggiunto il podio.
Nessun piedistallo.
Eppure doveva essere un'operazione semplice. O almeno. Lei avrebbe voluto così.



giovedì 7 giugno 2012

La donna strana (e il chitarrista supremo).

Non potevo esimermi dallo scrivere questo post per una ragione fondamentale: ne ho scritta gran parte "live", ieri sera, durante una festa. Ok, dirlo così ora non ha granché senso (e mi copre di una patina da sfigata mondiale), ma lo avrà presto. Oggi, però, l'ho un po' limato per cavare via tutta la pepioneria gratuita che non interessa a nessuno, fuorché a me ed Ariannissima. 
Orbene, vado ad elencare alcune necessarie premesse:
- sono stata invitata ad una festa di compleanno in cui praticamente non conoscevo nessuno, tranne i componenti della band di Ric e poche altre persone con le quali, però, non vado mai oltre il "ciao - come stai - hai visto che piove - speriamo che l'estate arrivi presto". 
- per logica conseguenza, la mia presenza era stata richiesta per ovvia cortesia in veste di "fidanzata di Ric", non in quanto me stessa medesima. 
- il fulcro di suddetta festa era un gruppo di amici che non sono i miei...e fin qui ci sta. Non mi ha mai spaventato trovarmi tra gente sconosciuta, se poi vale la pena conoscerla. Il fatto è che davvero io ieri  c'entravo come i cavoli a merenda, soprattutto per la presenza di diverse ragazze superfashionvictims che, per motivi a me ancora ignoti, ogni volta che mi vedono mi fanno la radiografia completa, da testa a piedi, inclusa panoramica dentale, assumendo quell'espressione che hanno le iene quando vedono a terra la carcassa di una gazzella (e questa non è pepioneria bensì obiettivo dato di fatto, testimoniato anche da occhi meno coinvolti dei miei). 
- ero l'unico esemplare femmina senza tacchi.
- ero l'unico esemplare femmina seduto nel lato della tavolata di soli maschi (se non consideriamo Claudiotta, la mia cognatina preferita, la quale, però, dopo cena, è tornata a casa tutta gasata per aver partecipato ad un evento mondano con noi grandi, e "certo che voi siete tutti un po'...svasati eh! Siete pazzerelli!")
- faceva un freddo del demonio, con quell'umidità che ti siringa nel midollo e ti fa tremare a scossoni convulsi.
- la festa prevedeva che, consumato il pasto, tutti i musicisti o aspiranti tali si esibissero in una jam session. 
- io sono un'aspirante tale, ma mi auguravo di potermi confondere con la tappezzeria e far sì che nessuno si ricordasse di questo dettaglio.


Detto ciò, chiunque può immaginare il mio stato d'animo di fondo...classifichiamolo come generico disagio.
Sia chiaro: la festa di per sé era una gran bella idea ed è anche riuscita bene. E infatti, fino a che ero in compagnia di persone con cui è sempre piacevole scambiare due chiacchiere, il desiderio di essere altrove non mi ha sfiorata minimamente. 
Però, finita la cena e riaccompagnata a casa Claudiotta,  Ric e i suoi musicanti imbracciano gli strumenti, lasciandomi seduta al tavolo armata di spumante e di cellulare che mi funge da blocnotes. Sulla sedia accanto alla mia noto il sachetto che contiene un regalo per il festeggiato. Sopra c'è davvero scritto FASHIONSHOES e rido da sola, pensando a quante volte con Ariannissima ci riempiamo la bocca della parola "fashion" quando si parla di certe persone e certi stili di vita. Non resisto e le mando la foto di quel sacchetto, in piena fase nerd addicted, accorgendomi appena che intorno a me si è creato il vuoto cosmico. Mi accoccolo sulla sedia in posizione fetal-meditativa per non disperdere il calore e mi godo la jam. Si avvicina un cameriere sparecchiante sulla sessantina abbondante che mi porta via il bicchiere appena svuotato e, probabilmente fulminato dal mio sguardo assassino, incalza:
«Scusa, tutto bene?»
«Sì grazie, perché?» 
«Non so...ti guardo da due ore e mi sembri fuori posto, hai un'espressione...boh...ti ho vista fin da quando sei entrata. Sai, io ne vedo parecchia di gente e tu mi sei sembrata subito...particolare. Non ti stai divertendo granché...»
« [Maddai?!?] No, guardi, sono solo un po' stanca...»
«Ma sei qui tutta da sola, questa è una festa e tu stai qui isolata...»
«E' che non conosco nessuno, questi non sono i miei amici...»
«E allora che ci fai qui?»
«Sono la fidanzata di quello lì che suona la chitarra, vede? Sono qui per lui. [Ed era vero. Non c'era proprio nessun altro motivo che giustificasse la mia presenza in quel locale]»
«Beh ma le altre ragazze...sono lì, tutte assieme, ridono, sono serene...e tu stai da sola, eppure sei una donna molto più bella di tutte loro!»
«[Glielo dico che quelle probabilmente mi odiano?] Ahaha! Ma che c'entra! Cioè, grazie per il complimento ma, ripeto, sto bene, non conosco nessuno ma tranquillo, non ho intenzione di suicidarmi per questo».
«Non lo so...non mi convinci...sei proprio una donna...strana».


STOP.
Allora, già sentirmi chiamare "donna" è un evento più unico che raro, visto che io per prima non mi sento affatto tale. Poi, ho passato la vita a sentirmi dire che sono una persona strana, ma da uno sconosciuto mai. Quindi, o questo ci stava provando, oppure ieri sera, a vedermi, facevo davvero pena. Ma pena forte.


PLAY.
«Vabbeh, senta, facciamo così. Lei ora mi lascia qui il mio bicchiere e io approfondisco la conoscenza con questa bottiglia di moscato, così poi siamo tutti felici».
Il cameriere mi restituisce il bicchiere e se ne va, sorridendomi ma scuotendo la testa, come faccio io quando interrogo certi disgraziati che non hanno studiato perché la loro nonna è morta per la quinta volta nel giro di pochi mesi. 
Purtroppo mi sono dimenticata di chiedergli se la seduta di psicanalisi era inclusa nel conto della pizza o se avrei dovuto pagarla a parte.
Rientro appena nel mio isolamento semi-autistico quando il festeggiato, al microfono, pronuncia il mio nome seguito dall'imperativo "vieni a cantare un pezzo". Tutte le teste della sala si voltano verso di me e vengo mitragliata da una raffica di sguardi. Mi sento come Marie Antoinette in centro alla Place de la Révolution. Cerco di dire di no, non perché mi piaccia farmi desiderare ma perché proprio mettermi in mostra in questo momento è l'ultima cosa che voglio fare. Niente. Mi tocca cantare. Vado verso i musicisti con un sottile desiderio di morte istantanea, suggerisco i quattro accordi della canzone che ho scelto e mi metto al microfono. What's up delle Four No Blondes, un grande classico al quale sono particolarmente affezionata, anche se al 99% della popolazione mondiale ha frantumato i cojones in quanto tormentone storico. Davanti a me il cameriere con espressione perplessa e l'ennesima sessione di radiografie complete di cui sopra. Cerco un punto di riferimento famigliare ma Ric è dietro di me che suona, e gli altri pure. Ok, vaffanculo. Chiudo gli occhi e vado per tre minuti nel mio mondo. E meno male che l'hanno presa veloce, così finisce prima. Sul ritornello, come da copione, urlo come un'ossessa...aaaah questa sì che è terapia. 
Via, è passato. 
Passato tutto, davvero. Tranne la tremarella. Quella è aumentata grazie alla scarica d'adrenalina. Una sambuca per favore.


Torno al mio posto e torna anche il cameriere: «Hai una gran voce, davvero. Peccato che la musica fosse un po' troppo forte, porca madosca, non si fa così! Comunque hai proprio una gran voce...ma sei davvero una donna strana» e daje. «Io lo vedo...tu non sei felice». Ah-haaaa! Era questo il problema? Solo perché stasera non ho mai riso fino a sbellicarmi ma ho indossato il sorriso di una Monna Lisa in borghese? Solo perché non mi sono alzata a ballare con le altre quando hanno lanciato quei due o tre brani tungi tungi? Solo perché non ho intessuto pubbliche relazioni con fare shubiduei e mi sono limitata a guardare? Mapperfavore. Vada per la strana, vada anche per la stronza, se vuole, ma non mi dica che non sono felice. D'accordo, stasera non ero propriamente a mio agio e forse talvolta sono un po' troppo prevenuta-severa-introversa e mi attacco a cose che dovrebbero scivolarmi addosso, ma sono venuta qui per il mio uomo...secondo lei esiste qualcuno più felice di me?
Poi Ric mi raggiunge e Torquemada molla me per parlare a lui: «E tu sei un bravissimo chitarrista. Senza nulla togliere agli altri, ma tu sei davvero il migliore, sì sì. Gli altri sì, d'accordo...suonano...oddio...suonicchiano...ma tu...tu sei proprio su un altro livello!».
Beh, almeno siamo una bella coppia.


Serata finita, ce ne torniamo a casina, la donna strana e il chitarrista supremo.


Però accidenti, in questo blabblabblero ho tralasciato una cosa fondamentale...cosa diavolo c'era in quel fashionpacchetto?