mercoledì 28 marzo 2012

Il cielo lo sapeva.

Era il 27 marzo. Non il 28, non il 26. Era proprio il 27 marzo.
Ed era domenica. 
Una domenica qualsiasi di una Primavera appena nata. 
In tutti i sensi.
C'era una piazza, c'era un sole un po' nascosto dietro le nuvole.
C'erano poi due persone che quel pomeriggio non avevano nulla da perdere.
C'era un'attesa, ma neanche tanta, perché era stato tutto improvvisato.
Semplice come non mai. 
«Ci vediamo?» «Ok». 
Tutto lì.
Un caffè e un succo di frutta.
Parole e parole. Forse scelte con cura, forse no. 
Forse semplicemente lasciate andare.
E poi le strade, percorse migliaia di volte ma mai insieme.
Il resto del mondo semplicemente stava a guardare. 
Cominciò a piovere. 
Una pioggia leggera, fresca, melodiosa. 
Una pioggia che scatenava i profumi di una nuova stagione.
Una pioggia che lavava via tutto ad ogni goccia.
Non sapevano cosa sarebbe accaduto dopo.
Non sapevano che si sarebbero di nuovo cercati, sempre più spesso, con ogni scusa possibile.
Non sapevano che non sarebbero più stati in grado di stare l'uno senza l'altra.
Non sapevano che non avrebbero più parlato al singolare.
Ma il cielo sì. Il cielo lo sapeva.



venerdì 9 marzo 2012

Balconerie...



La lavatrice mi fotte sempre i calzini. Per quanto io mi impegni a metterli a lavare in coppia, ne sbuca sempre qualcuno spaiato. Tre, questa volta. Ed è poi per questo che giro con le calze di colore - se non addirittura di tipo - diverso.
Comunque...oggi mentre stendevo mi sono resa conto di quanto questa attività casalinga sia una spudorata esposizione della propria privacy e di quanto sia antropologicamente divertente immaginare la vita che scorre oltre i cavi appesi al balcone, nelle case dei dirimpettai. Un po' come quando si spia nei carrelli della gente per crearne un ipotetico identikit. Ok, ho messo il verbo impersonale come se fosse un hobby comune, mentre mi sa che certi problemi li ho solo io...
Tant'è, sempre oggi ho fatto una radiografia del vicinato.
Nel mio condominio le operazioni di stendaggio sono regolari, oserei dire quotidiane [ovviamente io mi escludo] e assai stereotipate.
La simpatica vecchia di sopra - quella che si alza di notte ad intervalli che spaccano il minuto e che quando è sul balcone chiama i miei gatti, inconsapevole di incitarli al suicidio - fa grandi bucati di cotoni bianchi. Lenzuola che sventolano come vele pirata e che puntualmente mi oscurano la visuale della camera da letto oppure fazzoletti/asciugamani che cadono sulla mia proprietà, costringendomi spesso a farle visita per restituirglieli.
Data l'epidemia di alzheimer che dilaga in questo stabile, anche con lei i dialoghi sono sempre gli stessi:
«Driiiiin!»
«Chi è?»
«Sono l'inquilina di sotto!»
«Chi?»
«Signora, guardi dallo spioncino...»
«Ah sei tu! [mi apre la porta]...come stai? Dove insegni quest'anno? Sai che mio figlio ha due lauree? Certo che non ci sono più i giovani di una volta...»
«Eh sì signora, ha ragione, i giovani di una volta ormai sono i vecchi di oggi!» [questo lo penso sempre ma non lo dico mai].
«E tu dimmi...quel tuo fidanzato? Ascolta me, non ti sposare mai!»
[sono anni che me la jetta...] «Vabbeh, signora...le ho riportato le...mutande formato famiglia di suo marito che sono cadute sul mio balcone...»
«Ah non me ne ero neanche accorta! Grazie! Ma entra, vieni, vuoi un cioccolatino?»
«No grazie» [ci son già cascata una volta e ho dovuto fingere di andare matta per quegli ovetti risalenti all'età rinascimentale. Avevo recitato bene, però, tanto che me ne aveva messi cinque o sei in mano con la raccomandazione di mangiarli prima che si sciogliessero].
«Ma sarai mica a dieta! Dai su...» e mi trascina in casa senza sentire ragioni finché non riesco a divincolarmi e a tornare al sicuro nel mio appartamento, con l'ennesima scorta di cioccolato.

La vecchia vicina spaccamarroni, invece, stende solo stracci e, raramente, qualche pantalone della vittima sacrificale che è suo marito. In effetti lei è sempre vestita uguale. Ma avrà una casa linda che più linda non si può. Un giorno ho avuto la sciagurata idea di stendere un accappatoio senza mollette e, ça va sans dire, il vento me l'ha buttato in giardino. Tornata a casa da scuola, la vecchia mi ha placcata come suo solito sul pianerottolo:
«Hei tu!»
[Heulla, cos'è sto gergo giuovanile?] «Sì?»
«Hai mica perso qualcosa?»
«Ehm...non lo so...cosa avrei dovuto perdere?»
«Non ti manca niente?»
«Signora, non lo so...ha trovato qualcosa di mio?»
«Non ti sembra che ti manchi qualcosa?»
[Mmmmmh...fastidiosaaa...] «Signora, vogliamo star qui tutto il pomeriggio o mi dice di cosa sta parlando?»
«Vado a prendertelo neh...»
[Ma cosa? Cosa per dio?] e si allontana con quel passo rapido da scolopendra.
«Ecco, è tuo questo?»
[Come se non lo sapesse che è mio] «Sì grazie!»
«Ti è caduto in giardino...te l'ho preso io perché magari qualcuno te lo rubava.»
«Eh, sì...è pieno di gentaglia cattiva in questo condominio che non vede l'ora che il mio accappatoio di Hello Kitty mi cada dal balcone per rubarmelo...»

Per completare questo quadretto, proprio dirimpetto ammè, nel condominio di fronte, abita il figlio di suddetta vecchia spaccamarroni, tale Amadeo o qualcosa di simile. Un zitellone sulla quarantina che intreprende dialoghi dal balcone con sua madre che, come tutti ormai sappiamo, ha sviluppato un radar precisissimo che capta ogni movimento altrui e gli parla – urlando – rendendo partecipe tutto il quartiere delle questioni di famiglia. Lui, di tutta risposta, mugugna senza darle troppa corda e credo che per evitare questo teatrino abbia preso l'abitudine di stendere di notte. Il suo bucato? Neanche a dirlo: completi e camicie identici. Stesso taglio, stesso colore, stessa noia mortale. Ecco, la sua vita un po' me la immagino così: grigina e monotona. Però chissà, magari dietro quel balcone succedono cose che noi umani, e soprattutto la vecchia, non possiamo neanche immaginare...festini in maschera, tornei di pallavolo, cene etniche...magari il costume da Batman il povero Amadeo si limita a stenderlo dal lato opposto, fuori dallo sguardo di mammà.

Poco tempo fa, però, ho notato una cosa affascinantissima. Nel lato del condominio che dà sul cortile interno si è installata una famiglia che ha dipinto le pareti del salotto di un colore che solo io pensavo di poter sopportare nella zona giorno di una casa. Li ho adorati, così sulla fiducia, quelle sere in cui sul balcone troneggiavano barattoli di vernice e bottiglie di birra vuote. E poi hanno steso lui: il bucato esposto in scala cromatica. Se si tratti di arte contemporanea urbana o di sintomo ossessivo-compulsivo non lo so, ma è sempre una gioia tornare a casa e vedere quell'arcobaleno di t-shirts e asciugamani.

La stessa gioia che ho provato l'estate scorsa, quando quelli del piano di sotto sono andati in vacanza e hanno lasciato la figlia - una ventenne supercarenata superfashion supertutto - a casa con il fidanzato che, neanche a dirlo, si è trasferito da lei. Dopo giorni di romantica reclusione, hanno steso lenzuola e biancheria intima. Che fighi. 

Ora con queste giornate di sole sarà un tripudio di bucati svolazzanti. E mi sa che questa volta toccherà anche a me.