sabato 22 dicembre 2012

...solo non si vedono i due liocorni.

Intanto, che cacchio sono i liocorni, mi chiedevo? Niente di strano, è solo un altro modo di chiamare gli unicorni.
Peccato, comunque, che manchino all'appello proprio quelle due bestie. 
Perché tutto il resto del regno animale è diventato protagonista indiscusso delle mie notti, alternandosi a casaccio con sogni decisamente VM18 e tirate ininterrotte di ronfaggine senza alcuna attività cerebrale registrata.
Partiamo dal fatto che per me addormentarmi sta diventando una vera e propria sfida. Un po' perché, stando a casa tutto il giorno, non è che io arrivi stanca a sera...cioè...oddio...non da crollare, insomma. Un po' anche perché ormai la mia posizione prefe, a pancia in giù, distesa come una stella marina, mi è diventata impossibile da assumere, quindi ci metto un bel po' prima di sentirmi comoda e rilassata. Secondo la ginex non esiste una posizione ottimale per il bene del bambino: dice che se sto comoda io sta comodo anche lui, così come se sta scomodo lui, farà in modo di far sentire scomoda anche me. A pancia in su non va bene, perché Zigulì pesa sul resto degli organi, già maltrattati a sufficienza, e il tutto mi schiaccia sulla spina dorsale. Mi restano quindi due opzioni: fianco destro o fianco sinistro? L'indecisione mi porta a dondolare in modo assai poco aggraziato da una parte all'altra, ché non è mica più tanto facile girarsi, soprattutto perché devo evitare di sforzare la zona addominale...devo farlo in almeno tre tempi: piedi e gambe - testa e spalle - culata di stile et voilà. Con un balletto degno delle gemelle Kessler e Don Lurio la pancia è piazzata. Ma poi mi rendo conto che le mie ginocchia si toccano tra loro (cosa che mi manda in bestia) quindi cerco di metterci prima una mano, ma non va bene perché mi si ferma la circolazione. Allora provo con le coperte, ma ancora non sono soddisfatta. Ci infilo un cuscino ma poi mi accorgo che me ne servirebbe un altro da tenere davanti a me, per appoggiarmici con il torace...allora via, ci riprovo e mi rigiro...una, due, tre, millemila volte, finché, stremata, decido di ignorare quel leggero crampetto su una coscia e tento di dormire, sperando di non aver disturbato Ric, che il mattino deve svegliarsi all'alba per andare al lavoro. In realtà lo disturbo sempre ma lui si è lamentato solo una volta, sostenendo affettuosamente che l'unica differenza tra me e un'elefantessa è la durata della gestazione. Temo che abbia ragione.

Elefantessa...ah sì, gli animali dunque. Ovvero, la mia incredibile attività onirica.
Una volta riuscita ad addormentarmi, faccio sogni decisamente più bizzarri del solito. Non lo credevo possibile, posso vantare un elenco sterminato di sogni al limite della follia nonché la maledizione che mi porta a ricordarmeli sempre, semprissimo.
Il must di questi ultimi tempi -quando, come dicevo sopra, gli ormoni non mi annebbiano la psiche o il mio cervello va in standby definitivo- sono gli animali.
Nello specifico: un cucciolo di caimano con mandibole a serramanico; un coniglietto nano accucciato in un nido di uccellini; una specie di colibrì azzurrino parlante; un condor con un collare e un cappellino di paglia; un enorme pellicano spennacchiato; e poi, immancabili, gattini come se piovessero gattini. 
Tutti questi animali, a parte i gattini e il colibrì, sono accomunati da una caratteristica ben lontana dal loro istinto naturale: stanno fermi, tranquilli, mezzi addormentati. Solo il pellicano mi ha dato impressione di essere fermo perché malaticcio e solo il caimano si è calmato dopo aver tentato di mordicchiarmi. E a dire il vero pure io, in questi sogni, non mi sento turbata più di tanto dalla presenza di questi animali.
Ora...mi pare più che ovvio che la loro immobilità nasca dal mio stare addivanata tutto il giorno, in serena attesa, come loro, che il tempo passi. Allo stesso modo, come il pellicano sembrava malato -sensazione che ogni tanto tocca anche me, pur non essendolo veramente- e come gli altri animali si muovono vivaci o tentano di farlo - cosa che, appunto, è il mio grande desiderio di ora-, tutto sembra una semplice interpretazione di ciò che vivo ogni giorno.
Quello che mi chiedo è: perché gli animali? E perché proprio QUESTI animali? Non bastavano davvero più i gattini? Ma soprattutto: perché il condor ha un cappellino di paglia? E come ci è arrivato il coniglietto nel nido?
Forse il mio inconscio mi sta invitando a guardare più documentari anziché le puttanate sul cake design, gli abiti da sposa, i lavori sporchi o i mille modi di morire da idioti?
Che qualcuno mi aiuti ad interpretare questa pazzia. O almeno, suggeritemi dei numeri da giocare.
Io intanto aspetto con trepidazione i due liocorni...





lunedì 10 dicembre 2012

L'ormone della stronza.

Sì, sono stata ricoverata una settimana e sì, devo stare a casa, a letto, mummia il più possibile fino almeno alla prossima visita, che sarà tra minimo altri 7 giorni.
Mi sto lamentando? No, non credo. 
Chiaro, non è che io me la stia spassando, anche se tutti mi dicono «Approfittane per riposarti» e in realtà ti riposi i primi quattro o cinque giorni di assoluto far nulla, poi cominci a romperti i coglioni. Ecco, l'ho detto.
Il vero problema qual è? 

Non le botte ormonali che mi fanno apparire come una pazza psicolabile che un attimo ride senza motivo e l'attimo dopo si trova a singhiozzare in un mare di lacrime, altrettanto senza motivo. 
Non la lecita preoccupazione che c'è, è lì, sta sul fondo ma cerco di ignorare il più possibile, anche se il rischio di rimanere reclusa fino a maggio è reale -per non parlare del rischio, ancora presente, di perdere il bambino, ma a questo non voglio proprio pensare-.
Non le millemila domande che mi faccio e alle quali cerco di rispondermi da sola perché, oh, a casa son da sola...non è che il mondo si ferma perché io sono sfigata. E per l'appunto il mondo continua a girare e con lui le mie palle, visto che praticamente la mia vita è in standby mentre là fuori...è là fuori e io non ci sono.
Non il fatto che per una volta nella mia vita speravo di meritarmi una cosa bella senza per forza dover superare prove degne di un cavaliere medievale (vabbeh, questo un po' un problema lo è...perché c'è gente che ha avuto-ha-avrà sempre tutto facile e, se mi è concesso, un paio di interrogativi sui movimenti cosmici mi sorgono spontanei).
Non è neanche il fatto di sentirmi veramente da schifo, in questo momento, come donna -costretta in pigiami gentilmente offerti da Mathre, mentre vorrei almeno vestirmi da persona normale MA non ho più nulla che mi vada perché la pancia ormai è evidente e, ça va sans dire, non posso mica uscire a fare siòpping-, come compagna -servita e riverita dal mio uomo che forse si chiede chiccazzogliel'hafattofare-, come mamma -questa è paranoia- e anche un po' come amica -di persone che, volenti o nolenti, alimentano i miei sensi di colpa-.

Tutto questo è facilmente superabile con una puntata di una serie tv idiota e un ferrero rocher. Il che probabilmente alla lunga mi porterà a diventare una balenottera azzurra da guinnes, ma non è neanche questo il problema.

Il problema è quel "tutti mi dicono" cui ho accennato sopra.
Tutti si sentono autorizzati a dare la propria opinione, anche quando questa è fondata su...nulla. Perché non lo sanno cosa mi sta passando per la testa, non sanno che basta una parola messa al posto sbagliato per mandarmi in pappa il cervello, non sanno semplicemente perché non hanno mai vissuto niente del genere. Però oh...«è successo anche ad una mia amica». Ah beh...allora.
Non sto rimproverando nessuno, ci mancherebbe. Comprendo e apprezzo i tentativi di rincuorarmi e di starmi accanto, non sono mica un mostro di insensibilità.
Però davvero, non fate neanche lo sforzo di pensare a cosa sia meglio dirmi o consigliarmi, perché tanto in questo momento faccio affidamento solo sul mio istinto primordiale, sul parere della mia ginecologa e sulle dritte di Mathre, la quale, almeno, quando sa di non sapere, mi rimanda tranquillamente alle prime due opzioni. Se proprio volete rendervi utili, fate come Suocera che mi stira il bucato e mi prepara le bontà, come Cognata che mi manda libri da leggere, come Zazu che mi porta un croissant a colazione o come le amiche che mi parlano di cose qualsiasi e mi fanno ridere.

E se questo vale ora che, tutto sommato, la gestione della situazione è semplice semplice -devo stare ferma, amen-, ancora di più varrà quando Zigulì nascerà e cominceranno le tiritere di "secondo me", "ma sei sicura che", "ho letto su un articolo che", "la mia bisnonna diceva che".  Fermi. Ve lo dico già ora: non me ne fregherà uno stracazzo di niente a meno che il parere non sia ufficialmente richiesto da noi in quanto genitori alle prime armi. Tutto il resto risparmiatevelo, davvero, se non desiderate una rispostaccia.

Ah, non l'ho scritto che le botte di ormoni a volte mi fanno anche diventare incredibilmente più stronza del solito?

sabato 10 novembre 2012

Come ti rivaluto l'infermiera.

Non ho mai avuto un buon rapporto con le infermiere, escludendo quelle che, prima di essere infermiere, sono amiche. Tutte le altre appartenenti alla categoria, diciamocelo pure, non le ho mai digerite. E non solo per motivi passionali, che logicamente a chiunque conosca me e i miei trascorsi verrebbero in mente. No no.
Il mio è un disprezzo ancestrale.
Durante il travaglio che mi avrebbe portata alla luce, Mathre provava dei dolori inenarrabili e chiese a mia nonna se fosse normale che la Monty Pythiana "macchina che fa PING" non desse segnali di vita. L'infermiera di turno le disse di non fare tanta scena, che se la "macchina che fa PING" non segnalava nulla significava che le doglie non erano ancora così forti e che il peggio doveva ancora arrivare. Nel momento in cui Mathre pensò che dolori più forti di quelli non sarebbe stata umanamente in grado di sopportarli, qualcuno si rese conto che l'infermiera non l'aveva accesa, la maledetta "macchina che fa PING", e che quindi Mathre era all'apice delle contrazioni. E infatti di lì a poco nacqui io. 
Questo racconta Mathre e io mi fido.
Negli anni, per la mia abitudine a farmi ricoverare spesso e volentieri, ho avuto a che fare con altre mille infermiere e non ho avuto modo di ricredermi.
A partire da quell'infermiera che mi fece l'anestesia prima di essere operata alle tonsille e si mise con la faccia sopra di me, che ero nel pieno dello svarione, a guardarmi mentre mi addormentavo. Le allucinazioni mi stamparono in testa il suo volto che piano piano si deformava a mano a mano che io scivolavo nell'oblio, come una bambola che si scioglie al calore di una fiamma viva. Da allora quell'immagine ha tormentato il mio sonno per anni e se me la ricordo nitidamente ancora adesso significa che il trauma c'è stato, e anche bello forte.
Poi c'è stata la serie delle infermiere che mi hanno assistita durante le analisi per i reni, delle vere stronze d'antologia, e le macellaie dei prelievi del sangue. A seguire i racconti di chi in quel mondo ci lavora e mi ha presentato miti e leggende sulla categoria che non voglio neanche riportare.
L'ultimo contatto urticante un mesetto fa, quando sono andata a trovare Socera in ospedale dopo un incidente. Avevo ingenuamente appoggiato le mie chiappe stanche sul suo letto, per chiacchierare accanto a lei, e un'infermiera mi ha cazziata senza tanti complimenti, con la stessa cortesia che avrebbe usato un Hitler con le emorroidi. Ora, aveva anche probabilmente ragione (anche se qualcosa da ridire l'avrei ancora ora...) e io rispetto il lavoro e il ruolo di tutti, ma c'è modo e modo di rivolgersi alla gente e tu, cara la mia frustrata dell'est, hai appena contribuito ad incentivare la mia pessima idea su di te e le tue colleghe.

Fino a tre sere fa, quando una visita non prevista al pronto soccorso mi ha restituito la dovuta stima verso il genere infermiera.
Sono arrivata lì in preda al panico, gocciolante sangue e terrorizzata all'idea che stesse succedendo qualcosa di brutto al mio piccolino. Mi ha accolta LEI, un'infermiera giovane e gentile che mi ha fatta sdraiare e ha cercato di spiegarmi con calma che avevo sbagliato ospedale, che dovevo andare al pronto soccorso della maternità. Mentre mi misurava la pressione è arrivato un dottore a caso, chiamato da lei, per rassicurarmi. Poi dopo essere andata a cercare un'ambulanza -che non era disponibile- si è messa accanto a me nell'attesa che arrivasse Ric con la macchina per portarmi nell'altro ospedale. E in quel momento l'ho guardata e ho visto che era sinceramente provata da quello che mi stava succedendo: «Ci sono passata anche io, so come ti senti. Tremi come una foglia, piccola...se vuoi piangere, piangi...anzi mi sa che tra un momento piango io...». Ed era vero, stava per piangere perché evidentemente sapeva perfettamente cosa mi passava per la testa. Poi è arrivato Ric e lei, mentre ce ne andavamo di corsa, mi ha fatto promettere che l'avrei tenuta informata sugli sviluppi.

Dopo la visita del ginecologo, dopo aver visto che Zigulì era lì zampettante nella pancia che se la nuotava senza problemi, dopo aver vinto una settimana di riposo assoluto e dopo essere uscita dall'ambulatorio ed essermi resa conto che con me non c'era Mathre, né un'amica, ma ben 5 maschioni visibilmente shockati (Ric e i Doshin tutti, dato che il patatrac è successo mentre provavo con loro...si vede che a Zigu la nostra musica non piace molto)...dopo tutto ciò ho pensato a lei. A quell'infermiera di cui assolutamente non avevo registrato il nome ma che era stata così preziosa per me in quei momenti di terrore totale.

Per fortuna quel mondo infernale che è facebook mi ha aiutata a farle avere il mio messaggio di sentito ringraziamento e così ho scoperto che lei, mentre mi trovavo nell'altro ospedale, monitorava le mie condizioni tramite la rete interna. 
Insomma, una persona davvero speciale. Un'infermiera con i controfiocchi.
Alla faccia di tutte le altre che di infermiera hanno solo il camice e il titolo sul tesserino.

mercoledì 31 ottobre 2012

Today is the day.

E' da un bel pezzo che penso e ripenso a questo post...a quando avrei deciso di scriverlo e soprattutto a cosa avrei avuto intenzione di dire...o, meglio, a come dirlo. 
Perché quello che stiamo vivendo da tre mesi è sì qualcosa di talmente straordinario da desiderare di urlarlo al mondo intero, ma è anche qualcosa di estremamente intimo, solo ed unicamente nostro. 
Per questo scelgo, proprio oggi, di pubblicare uno scritto che buttai giù all'incirca un anno fa, quando l'evento che ora ci sta travolgendo in modo così emozionante era solo un progetto, senza scadenza ma già presente nei nostri desideri di persone e di coppia. Già allora ne parlavamo tanto, immaginavamo come sarebbe stato e per questo annotai i nostri pensieri, condivisi in ogni virgola.
Era una lettera che scrivemmo a qualcuno che allora non esisteva, ma ora c'è e comincia a farsi vedere.


Ciao cucciolo,
non hai ancora un nome perché saremo noi a dartelo, non appena vedrai la luce della vita.
Probabilmente tutto ciò che stiamo per scrivere non te lo diremo mai.
Sarà una silenziosa dichiarazione di intenti e di speranze.
Sappiamo che non sarai figlio nostro, ma figlio della vita.
Il nostro compito sarà trasmetterti tutto il bene che possiamo, dovremo indirizzarti e guidarti, perché a forgiarti ci penseranno le esperienze.
Ti insegneremo a comunicare, a muovere i primi passi, a renderti conto che non sarai mai solo e che tutte le tue azioni e le tue scelte avranno delle conseguenze su chi ti circonda, oltre che su di te.
Ti insegneremo ad accettare i fallimenti come stimoli e a godere di tutte le tue conquiste.
Ti insegneremo a pensare, ma a modo tuo.
Ti trasmetteremo il senso del sacrificio.
Ti faremo sentire quanto possa essere allo stesso tempo meraviglioso e terrificante il mondo che ti circonda.
Ti insegneremo il rispetto verso gli altri e verso te stesso.
Cercheremo il più possibile di assecondare le tue inclinazioni, affinché tu possa un giorno sentirti realizzato e vederci fieri di te.
Tenteremo di farti sviluppare un giusto senso critico.
Non pretenderemo che tu ci veda perfetti, perché non lo siamo e non lo saremo.
E quando ci odierai -perché lo farai, almeno una volta- dovremo essere capaci di comprenderti e ascoltare le tue ragioni, perché sarà allora che ci rinfaccerai di averti insegnato a difendere le tue posizioni.
Ti aiuteremo a trovare la strada per guardarti dentro, perché è necessario che tu lo faccia, ma dovremo anche lasciarti libero di sbagliare.
Ti racconteremo di noi, delle nostre vite prima del tuo arrivo e tu, nella tua immaginazione, ci vedrai come due che sono sempre stati insieme perché non ci potrai figurare come due entità che hanno avuto un passato non condiviso.
Ti faremo capire che si può vivere a diversi livelli, ma sarai tu a scegliere su quale piano stare.
Saremo le tue matrici, ma tu non sarai la nostra fotocopia.

E poi lo capirai da solo.
Capirai che la vita talvolta sembra ingiusta.
Vivrai sulla tua pelle delusioni fortissime e sofferenze che potrai condividere con noi.
Saprai amare, amerai e sarai amato, in tutti i sensi possibili e immaginabili.
Avrai una fantasia tale da far tornare bambini anche noi.
Sarai curioso e ti stupirai.
Scoprirai quanto possano essere deludenti, a volte, le persone, ma anche quanto possano inaspettatamente sorprenderti.
Vivrai tantissime prime volte: le prime parole, il primo giorno di scuola, il primo amore, la prima sbronza, il primo lavoro...
Ti troverai in un mondo che cambia velocemente e per il quale, a dircela tutta, non siamo preparati neanche noi.
Cercherai la tua strada, imparerai ciò che è giusto per te e ciò che non lo è, saprai distinguere tra il bene e il male, tra ciò che ti renderà felice e ciò che ti ferirà.
Cadrai e vorrai rialzarti da solo, pur sapendo di averci sempre al tuo fianco.

E sarai tu ad insegnarci quanto è potente il nostro amore: non metteremo da parte noi stessi ma allargheremo il nostro centro includendo anche te in un unico abbraccio.
Sarai tu a farci arrabbiare o ad arrabbiarti dicendoci “Ma insomma, siete stati giovani anche voi!”.
Sarai tu a renderci orgogliosi e felici, di una felicità nuova che ora possiamo a malapena immaginare.
Sarai tu a completare il senso della nostra famiglia.
Sarai tu darci lo stimolo a crescere ancora, ponendoci quelle domande che anche noi ci siamo già fatti mille volte. E magari sarai proprio tu a darci le risposte che non abbiamo trovato.
Sarai tu a regalarci nuove emozioni che noi forse abbiamo un po' dimenticato.
Sarai tu a farci ritrovare la fantasia, quando dovremo inventarci storie da raccontarti o interpretare i disegni con cui tappezzerai la casa.
Sarai tu a farci sorridere quando imparerai a parlare e quando ti sorprenderai di fronte a cose che noi ormai diamo per scontate.
Sarai tu a farci chiedere se e dove abbiamo sbagliato. Perché succederà. Tu non nascerai con il libretto di istruzioni, ma sarà questo il bello di tutto.

Lo so, è strano scriverti ora che neanche esisti, se non come idea.
Però ultimamente pensiamo tanto a te.
Non sappiamo quando arriverai ma a modo nostro ti aspettiamo.


...Love, love is a verb 

Love is a doing word 

Fearless on my breath 

Gentle impulsion 

Shakes me, makes me lighter 

Fearless on my breath...



sabato 13 ottobre 2012

Io non sono Avril Lavigne.



Ok, ora basta, davvero.
All'inizio la cosa mi faceva sorridere...ma ora anche che no.
Sono sette-anni-sette che, prima o dopo, nelle classi in cui insegno, qualcuno tira fuori la domanda: «Prof...ma lo sa che lei è uguale ad Avril Lavigne?».
Ripeto...qualche anno fa ci poteva anche stare, perché, ahimé, per il mio vizio di pasticciarmi i capelli, avevo striato la mia lunga chioma bionda con diverse ciocche fuxia. Sì, come Avril Lavigne. Quindi all'epoca me le cercavo anche, diciamocelo.
Ora però no, dai...Ho i capelli decisamente più corti e a scuola li porto legati, sono finalmente del mio colore, senza cazzatine di sorta, ma non basta. Nella loro mente io somiglio ancora ad Avril Lavigne.
Perché mi trucco gli occhi come lei.
Perché mi vesto come lei.
Perché canto in una band. Coooosa? La prof. canta in una band? E perché non ce l'ha mai detto?
«Prof! Ma allora lei E' Avril Lavigne!». Il sillogismo non fa una piega.

Ma scusate, ma come fate voi, piccoli mostriciattoli mangiamerendine, a sapere chi è Avril Lavigne?
Non era tipo sparita dalla scena musicale anni fa, dopo un piccolo cameo nei titoli di coda di Alice in Wonderland del 2010? Capisco la fissa che potevano avere i vostri "colleghi" di quattro-cinque anni fa...ma voi...voi...che ne sapete di Avril Lavigne?

«Ma prof...c'è la sua foto sul libro di inglese!».
Ah ecco. Funzionano così le nuove generazioni. Io sul mio libro di inglese avevo un fumetto del cat che stava on the table e voi avete la foto di Avril Lavigne. Ops scusate. La mia foto.
Sì perché ormai ci credono davvero. Anche se ho cercato di far notare le evidenti differenze tra me e la Avril, tipo che lei, pur avendo un par d'anni meno di me, è già sposata, divorziata e ora sta con il cantante dei Nickelback (questo non lo sapevo, me l'ha detto wikipedia); tipo che sicuramente il mio conto in banca ha qualche zero in meno rispetto al suo; e tipo che, comunque, io non ho mai venduto 11 milioni di copie di un album e che l'anno scorso il concerto più importante che ho fatto è stato alla Croix Noire di Aosta.
Inutile.
Io per loro sono Avril Lavigne e basta. 
Zitta e porta a casa.

mercoledì 10 ottobre 2012

Il mio bastone è più lungo.

L'altroieri stendevo. Ok, non è un evento degno di nota, come non lo è il fatto che mi sia caduta una federa sullo stendino di quelli di sotto. I quali, ovviamente, in quel momento non erano in casa. E vabbeh, che sarà mai. Quando torneranno, vedranno la federa e me la porteranno.
Ecchessaràmmai.
Errore. Erroraccissimo.
Questo pensiero era il mio, era quello di Ric e probabilmente era anche quello dei miei gatti.
Ma non il suo. Non il suo di lei. Non il suo di lei, la vecchia tritamaroni delle mie brame, mia vicina di casa, incubo dei miei giorni e delle mie notti.
Ci ha messo credo 37 secondi a notare quella federa che ha scombussolato il suo equilibrio cosmico e a catapultarsi alla mia porta: «Driiiin-toctoctoc!». Perché lei è peggio del postino che suona sempre due volte. Lei suona e bussa, per essere certa di disturbare fino in fondo, non solo a metà.
Apro, con l'occhio destro che già trema, preda di quel tic nervoso che mi assale ogni volta che ci ho a che fare.
Neanche buongiorno, scusa il disturbo o crepa. No.
Parte all'attacco: «Ti è caduto qualcosa dal balcone, prova ad usare questo per tirarlo giù» e mi sventola davanti un bastone di legno che, immediately, la mia mente ha immaginato di usare in mille modi, tranne che per recuperare la federa.
«Ma no signora, grazie. Non ce n'è bisogno. Lo abbiamo anche noi un bastone - e ce l'avevamo, per dio, proprio lì sul divano-. Non si preoccupi!».
«Eh no, perché sai, qui la gente ruba le cose che cadono dai balconi. Ad una signora è caduta una roba e non l'ha più trovata!». Me la ricordo questa storia. Anche il mio accappatoio di Hello Kitty all'epoca aveva rischiato grossissimo.
«No davvero, lasci perdere. Ci pensiamo noi! Usiamo il nostro bastone!»
«Ma il mio è più lungo. Guarda». E lo fa. Lo fa davvero. Mi spinge la porta addosso e come un panzer mi entra in casa. Prende il nostro bastone dal divano e, con somma gioia, scopre di aver ragione. Il suo fottuto bastone è più lungo del nostro. Io intanto sto per avere una crisi isterica, non per il complesso da spogliatoio, ma perché, dopo anni di violazione di privacy nell'androne del condominio, ora ha palesemente invaso fisicamente il mio spazio privato e la cosa mi dà in testa.
Ringhio qualcosa a Ric. Qualcosa tipo «Pensaci tu perché io l'ammazzo», mentre la vedo dirigersi con passo fiero verso la porta del nostro balcone e io ancora sono lì, immobile sulla porta, incredula e inerme. Con un pensiero che immediatamente mi balena nella mente e mi butta nel panico più terribile: SUL BALCONE C'E' IL VECCHIO ZERBINO.

Flashback.

Questa storia è diventata ormai leggenda. L'avevo raccontata nel defunto blog e sono costretta a riportarla qui. Chi già l'ha sentita mille volte può comodamente skippare fino al prossimo paragrafo.
Orbene, era la sera della vigilia del Santissimo Natale dell'Anno Domini 2010. E io vivevo da sola. O meglio, vivevo coattamente da sola, abbandonata solo pochi giorni prima, col cuore spezzato, i coglioni frullanti e una cena a base di minestrina e prosecco. Però ero contenta, perché quel giorno mi ero regalata uno zerbino strafigo, con due gatti teneroni, e l'avevo già piazzato in bella mostra al suo posto, davanti all'ingresso. Ognuno si vive le sue crisi come può e si accontenta di poco, oh.
In una situazione del genere, volevo solo passarmi la mia serata in mestizia totale quando...«Driiiin-toctoctoc!».
Pensiero numero uno: No. Cazzo no. Non può essere.
Pensiero numero due. Forse vuole solo farmi gli auguri di Natale. Ssssseh.
«Senti, questo zerbino non lo puoi usare, perché sul pianerottolo devono essere tutti uguali, lo dice il regolamento di condominio!»
«Prego?». Ingenua, non è il prosecco che ti fa sentire male le parole. Sta davvero sindacando sul tuo zerbino.
«Non puoi mettere questo zerbino, devi averlo uguale agli altri, quindi rimetti l'altro».
«Io non credo proprio. Comunque mi informerò. In ogni caso, mi spiace, ma il mio vecchio zerbino l'ho buttato perché era, appunto, vecchio e sporco, perciò ora lascio questo».
«Come l'hai buttato? E dove l'hai buttato? Non potevi buttarlo!»
«E dove l'avrò mai buttato? Nella monnezza, no? Non era mica un tappeto intrecciato a mano con crine d'unicorno...e poi le ripeto, faceva schifo, era vecchio di centomila anni!»
«Non è possibile. Vado a cercarlo nei bidoni perché tu devi usare quello!».
E sono rimasta lì, impassibile, mentre la vedevo avventurarsi nella neve con una torcia, alla ricerca dello zerbino perduto. Nei bidoni. Della monnezza. Di tutto il complesso condominiale. La notte della Vigilia di Natale. Peccato.
Peccato che suddetto zerbino io non l'avessi affatto buttato. L'avevo solo messo in balcone. Perché non faceva proprio schifo schifissimo, ma quello con i gatti era indubbiamente meglio. Chevvelodicoaffà.
Roba che lo Scrooge di Dickens faceva 'na pippa alla mia cattiveria di quel momento. E ho goduto davvero tanto nel sentirmi una brutta, bruttissima persona che, alla vecchia tornata a mani vuote, rispondeva: «Eeeeeh sarà già passato il camion della monnezza. Spiace!», senza sapere che da allora l'avrei pagata, per mesi -MESI!- perché ad ogni occasione la questione veniva riproposta.
«E questo zerbino non va bene. E se ne trovo uno come il mio te lo compro. E non può essere che l'amministratore ti abbia detto che puoi tenere questo con i gatti perché l'amministratore non capisce niente del regolamento di condominio...». Certo. 
Poi il tempo è passato e forse a quello zerbino si è affezionata anche lei, tant'è che ultimamente non se ne è più discusso.

Ora, però, tornando all'impresa sul balcone, la vecchia vedrà che lo zerbino che credeva irrecuperabile sta proprio lì. Davanti ai suoi piedi. E che io le ho mentito. E, peggio ancora, magari pretenderà che io rimetta proprio quello all'ingresso dell'appartamento. 

Signoretipregofachenonloveda.
Ok...finito di armeggiare e appurato che il suo bastone non è abbastanza lungo per recuperare la federa, se ne va come è tornata. Io nel frattempo sono ancora all'ingresso imbalsamata. Non ha visto lo zerbino, forse perché ormai è irriconoscibile, esposto com'è stato alle intemperie di stagioni e stagioni. Dai, è andata anche questa.
«No, non ci credo! Vieni a vedere!». E' Ric che, dal balcone, scopre che "qualcuno", dal piano ancora più sotto, armeggia con un bastone verso la federa che ormai è diventata più preziosa di una reliquia. Federa che finalmente cade in giardino. Federa che in tempo zero viene recuperata dalla vecchia -con Ric che le tiene il passo con la musica dello squalo- e riportata a me. Cioè...è riuscita ad andare a rompere i coglioni anche a quelli del piano terra per una cosa che non le apparteneva neanche, solo perché vederla lì, appesa allo stendino sbagliato, le mandava in tilt i neuroni. 
E adesso magari devo anche ringraziarla. Mando Ric che si becca il solito «Perché io vi voglio bene eh...», stile "Perché io valgo” L'Oréalliano. Minchia, pensa se ci odiasse...
«Comunque prima mi ha strizzato un capezzolo». Ah già. Perché oltre a volerci bene, la vecchia ha un amore folle per il mio uomo e una volta gli ha anche mandato i baci dal balcone. 
Ecco. Un motivo in più per detestarla. Tié Albertone, pensace te.



lunedì 24 settembre 2012

Monday morning fever.

Lunedì, 24 settembre 2012.
Ore 8.00. Classe Ia B.
Appello:
2 assenti per motivi ignoti.
1 assente che non s'è mai visto, quindi non esiste. O "forse perché, prof., gli fa schifo venire a scuola..."
20 presenti di cui: otto con raffreddore/tossina/smoccicamenti vari; uno con mal di testa, misto a vampate e "Aiuto prof, ho il cranio in fiamme e fra poco vomito!"; una con improvviso attacco di epistassi; uno che esce dopo un'ora perché "Prof, mi fanno male la testa e la pancia, mi sa che sto per morire".
Praticamente un lazzaretto.
Ok, ragazzi, non fatemi scherzi. Se mi attaccate l'influenza giuro che vi metto una nota di classe.

Mi sono portata a casa un plico di prove d'ingresso farcite di virus pestilenziali perché, poveri cuccioli, i loro genitori non hanno tanto insistito sull'importanza di mettere la manina davanti la bocca quando si starnutisce, anziché docciare compagni e oggetti inermi. E va bene che in questi anni ho sviluppato anticorpi grossi come tacchini, però così è veramente un attentato alla mia persona!

Poi corro nell'altra scuola, con tanto di showerpower non prevista, dato che il mio ombrello ha deciso di rompersi proprio nel momento di diluvio universale. E in aula insegnanti un collega mi chiede: "ma oggi è il solstizio d'autunno?". A parte che il solstizio d'autunno non esiste e che l'equinozio era due giorni fa...che domande mi fai, così, a brucio, mentre la bidella mi informa che domani, ta-dan, abbiamo un collegio docenti non previsto? Vabbeh.

Ma fighezza delle fighezze...finalmente ho avuto tra le mani quei piccoli testi di rito che faccio fare ai marmocchi per presentarsi ad inizio anno. Sono geniali, davvero. Ogni anno mi riempiono il cuore in modi sempre diversi:

Se fossi...
...un oggetto sarei una gomma che cancella le brutte cose. [Cuori su cuori a te, alunno dallo spirito puro].
...più grande schiaccherei i miei nemichi. 
...un animale sarei un leone perché farei spaventare le persone della banca.
...un mezzo di trasporto sarei un caramato.
...più grande preparerei la pizza. 
...un poliziotto arresterei quelli che violentano gli animali.
...un animale sarei un drago perché assomigliano alle lucertole. 
...un fiore sarei una viola perché è viola.
...più grande girerei il mondo gratuitamente e vorrei una servitrice che tutti i giorni viene a farmi le pulizie in casa, a portarmi la colazione a letto.
...un animale sarei un elefante e lo insucchierei con la mia grande aproboscide, perché se mi farebbe arrabbiare.
...più grande vorrei una grande villona, una macchina scappottabile e un cagnolino di taglia media.
...un personaggio televisivo sarei quella del meteo perché mi piace capire la natura.

Giuro, adoro la loro visione del mondo. Adoro immaginarmeli draghi o lucertole, adoro immaginarmeli nelle macchine scappottabili e adoro che adorino la viola perché è viola. 
Soprattutto adoro vedere che la loro fantasia non è ancora morta. 
Come dire... Se fossi gatto, miao. Se fossi cane, bau. Se fosse tardi, ciao. 

martedì 11 settembre 2012

Tipo che...

Ieri Primo Giorno di Scuola.
Ovviamente la notte scorsa non ho dormito una beata mazza...perché sono fatta così, mi emoziono anche.
Tornare in scuole dove hai già insegnato è sempre un po' come tornare a casa dopo un lungo viaggio ma accorgersi che qualcuno ti ha, nel frattempo, spostato i mobili. Perché ci sono i colleghi storici contenti di rivederti, le bidelle che ti accolgono con grandi sorrisi e in aula insegnanti si respira sempre quel non so che di famiglia. Però. C'è sempre un però, perché qualcosa è diverso...
Tipo che quello che era il tuo cassetto ora non lo è più e, inspiegabilmente, alle 8 meno 20 di mattina, li trovi già tutti occupati. E a te spetta quello lì in bassissimo o in altissimo, scomodissimo in entrambi i casi.
Tipo che questa volta ti devi occupare dell'accoglienza dei primini e dei loro genitori e Sua Santità il Dirigente pretende che tu salga sul palco dell'auditorium e "al grido di Prima B seguitemi tutti!".
Tipo che la nuova classe è situata nell'atrio più inculato della scuola, perso in un labirinto di corridoi e scalinate e quindi devi calcolare che per giungere a destinazione ti servono almeno 5 minuti.
Tipo che alcuni alunni hanno cognomi impronunziabili e sai che se sbagli davanti a tutti mentre fai l'appello saranno derisi da qui a per sempre.
Tipo che poi, alla fine della mattinata, risalendo le scale con millemila libri in mano, due borse e la solita leggiadria, inciampi sul terzultimo gradino e ti sfracagni a terra. Il fatto è che in quel momento HO PENSATO che stavo facendo le scale. Un po' come quando pensi di fare un gesto che normalmente è automatico...e se ci pensi non riesci a farlo. Ecco. Così. Ho pensato al terzultimo gradino e il penultimo non sono riuscita a farlo. Sono inciampata maldestramente e siccome avevo le mani impegnate mi sono spiattellata prima sulle ginocchia e poi su un gomito che, grazie al cielo, ha evitato il pericoloso contatto faccia-pavimentodimarmogrezzo. Per fortuna a godersi la scena c'era solo una mia collega, che si è prima spaventata e poi le ho detto: "Guarda che puoi ridere...perché io forse lo farei...". Insomma, complimentoni.

A parte ciò, devo proprio dire che le prime impressioni con le due classi hanno superato le mie aspettative. 
I primini sono piccolini e terrorizzati, quelli di seconda sono svegli ma -pare- assai promettenti.
Un sacco di buone vibrazioni.

lunedì 3 settembre 2012

Crazy School

Posso dirlo? Sono felice. No, non è vero, non è solo felicità la mia. E' senso di tranquillità estremo, per aver finalmente chiuso - almeno fino a giugno 2013- con quella sensazione di precarietà propria della mia condizione di precaria, appunto.
L'anno scorso è stato una Via Crucis: ho rosicchiato supplenze qui e lì e ho anche passato lunghi periodi a casa a chiedermi chi cacchio me lo facesse fare di insegnare, se ne valesse davvero la pena, se non fosse meglio trovarmi un comodo ripiego, uno qualsiasi. In totale ho avuto 11 classi, non facevo neanche in tempo ad imparare il nome dei ragazzi che già dovevo lasciarli, sono arrivata al punto di insegnare una materia che odio, pur di non abbandonare il mio lavoro.
Ma so perché l'ho fatto: io non mi vedo a fare null'altro. E quando dico alle persone che sono un'insegnante da ormai 7 anni e loro mi dicono "Accidenti, è proprio una vocazione la tua!" lì sì, capisco che quella è la mia strada. Idem quando arriva l'estate e, anche se ho passato magari mesi a cristonare per quella classe di disgraziati che non studiano, mi coglie quel vuoto cosmico causato più dalla privazione del mio rapporto con gli alunni che dalla fine dello stipendio.
Poi arriva settembre e il mondo dei precari entra in subbuglio: viviamo con il telefono in mano per dieci ore al giorno, sussultiamo ogni volta che squilla e ci affliggiamo quando scopriamo che dall'altra parte non c'è la voce di una segretaria di una qualsiasi scuola ma la mamma che chiede "ci sono novità?", un'amica che, nella stessa situazione, cerca e dà conforto, un'operatrice della vodafone che ti propone un'offertona per telefonia fissa-internet-chiamate all'estero-protezione dell'FBI-cat sitting e donna delle pulizie. il tutto a soli 19.90 euro al mese.
Sono giorni d'inferno, credetemi. Si fanno pensieri brutti. E quel che è peggio non si riesce quasi ad essere felici se qualcuno che conosci è stato chiamato e tu no.
Da due anni a questa parte la tensione di quel momento per me è doppia, dato che qui in casa siamo ora in due ad attendere un colpo di fortuna per il nostro destino. E' anche confortante, però, avere qualcuno che finalmente comprende appieno ciò che provo in quei giorni e non mi chiede di giustificare quella ruga di disappunto che prende sede sulla mia fronte. 
Tant'è, questa volta è stato tutto un po' più facile. Ric ha avuto il suo posto subito, io ho avuto prima una soffiata e poi la chiamata ufficiale. Gaudio e giubilo per la nostra famigliola.
Così, per la gioia di alcuni, potrò riprendere quella serie di post sulla scuola di cui tanto ho sentito la nostalgia.
Tornerò in due scuole dove ho già insegnato e di cui avevo già scritto nel blog defunto.
La prima, poco distante dalla città, l'ho amata visceralmente: enorme ma accogliente.
La seconda, in pieno centro, caotica al punto giusto, talvolta assai difficile da gestire, ma, a modo suo, stimolante.
Quindi, signore e signori, ultima settimana di vacanza e poi via, si riparte.
Che m.e.r.a.v.i.g.l.i.a.!


martedì 26 giugno 2012

Sia.

Comincio a ripubblicare i post superstiti dal mio defunto blog. E scelgo di partire da questo, oggi, perché è giusto così.

Sia era un microscopico esserino. Piccola come una formica. Di fatto, era proprio una formica.
Dunque, c’era una volta una formica. Una sola. Perché Sia era l’unica formica rimasta al mondo.
Un tempo viveva nella magnifica città di Atta: un enorme formicaio costruito ad arte, mirabolante opera ingegneristica d’avanguardia.  Ad Atta ogni formica svolgeva la sua mansione collaborando per il bene di tutte le sorelle. Le strade della città brulicavano di vita e le piccole abitanti lavoravano incessantemente dall’alba al tramonto, finché Sia –era questo il suo ruolo- dava finalmente il segnale del riposo: sfiorava con le antenne le lamelle dell’Omphalotus Olearius, un fungo magico dai riflessi dorati, diffondendo un incantevole suono d’arpa. Seguendo le note di Sia, ogni formica si incamminava verso il centro della città e si accoccolava attorno al fungo. Solo quando l’ultima formichina ritardataria raggiungeva le altre, l’Omphalotus cominciava ad emanare una luce verde brillante, lievemente pulsante ed avvolgente.
In quell’istante milioni di antenne ondeggiavano toccandosi tra loro con delicatezza, dando vita ad un’armoniosa sinfonia di buonanotte.
Questo era il più bel ricordo che Sia conservava del suo passato.
La città di Atta fu distrutta in una notte senza luna da un tremendo incendio che sorprese tutte le formiche nel sonno. Sia era sveglia, perché la sua melodia accompagnava i sogni delle sorelle fino al sorgere del Sole e vegliava su di loro. Ma quella notte non fece in tempo a dare l’allarme: l’esplosione fu talmente improvvisa e devastante da cancellare in pochi secondi il formicaio e tutte le sue abitanti. Solo Sia si salvò, protetta dal luminoso Omphalotus, ma i suoi occhi l’indomani non poterono vedere l’apocalittico scenario: Sia avrebbe dovuto vivere per sempre in un mondo di ombre.
Camminò per ore tra le macerie del formicaio, tastando con le sue antenne i resti ormai inermi delle sorelle finché, stremata, tornò verso quell’unica luce verde che riusciva a distinguere. Il gambo del fungo era spezzato in due, ma lui brillava ancora debolmente per un ultimo addio alla città di Atta. Sia si rifugiò sotto il cappello e lì si addormentò.

Passarono i mesi. Sia ormai aveva imparato un breve percorso che la portava dal luogo dove un tempo sorgeva il formicaio –e che lei aveva faticosamente trasformato in un piccolo monolocale su misura per lei – fino ad un grande albero che poco alla volta aveva esplorato, nutrendosi delle sue foglie e bevendo le gocce di rugiada che l’Alba generosamente le regalava. Ogni giorno si arrampicava sul tronco con discreta sicurezza e si sedeva in silenzio sul ramo più alto, persa nel suo mondo di ombre, sentendosi piccola e sola. E proprio mentre ormai il Sole stava per lasciare spazio alla sera e Sia si incamminava verso il suo nido, un ultimo raggio riflesso colpì lo sguardo cieco della formichina. L’ombra del mondo di Sia fu attraversato da una luce verde brillante, come quella del suo amato Omphalotus. Istintivamente la formica seguì quel raggio incuriosita, chiedendosi se potesse esistere al mondo un altro fungo come quello che le aveva salvato la vita. Avanzò tastando la corteccia dell’albero con le sue antenne, finché non raggiunse la fonte di tanto brillare. Non poteva essere un fungo, non era morbido e soprattutto…aveva le antenne. Non come le sue, no. Erano antenne lunghe che accarezzavano un corpo…un corpo vivo! In quell’istante due ali si mossero spaventate ma Sia, decisa a non scappare, continuò ad indagare su quella superficie liscia con le sue antenne, battendo delicati colpi sul dorso dello sconosciuto, come faceva per comunicare con le sue sorelle.
Rhy era un afide, un Pidocchio delle Piante. Ma lui detestava questo nomignolo che lo faceva sembrare un insettucolo insignificante. Tutti lo conoscevano come Rhy l’Eremita. Non aveva mai amato la compagnia dei suoi simili e per questo passava le sue giornate da solo, a rosicchiare foglie esplorando il mondo. Si infastidì, quella sera, quando sentì le sue antenne sfiorate da un’insolita carezza. Voltandosi vide una formichina e il suo fastidio si trasformò in stupore: non se ne erano più viste in giro, dopo la notte del Grande Incendio. Quel terribile evento era ancora presente nella mente di tutti. Il mondo degli insetti ne era rimasto profondamente scosso, tanto che si mobilitarono a miliardi nel disperato tentativo di trovare tra le macerie qualche cugina formica superstite. Ma della famosa città di Atta non era rimasto nulla, se non il cappello del magico fungo che i volontari decisero di non toccare, in memoria e onore delle operose abitanti. Con il passare del tempo le ricerche furono abbandonate e la città restò viva soltanto nel ricordo degli insetti più anziani e nei racconti del mistero dei più giovani.
Rhy dunque ebbe un sussulto quando vide Sia, così indifesa ma così tenace nel tentativo di comunicare con lui.  L’afide era incredulo e confuso, ma fu l’istinto a suggerirgli cosa fare. Senza dire una parola, offrì alla formichina un po’ della sua melata. Sia sentì un delizioso gusto zuccherino che la inondava inspiegabilmente di felicità. Diede nuovamente piccoli colpi con le antenne, ma trovò solo il ruvido tronco dell’albero. Rhy era volato via. Si rendeva conto del miracoloso incontro ma si scoprì impreparato, abituato com’era alla sua solitudine. Non se ne andò realmente…si era semplicemente spostato un poco più in alto e studiava da lontano i movimenti della formichina che ancora lo cercava.
Ormai il buio aveva inghiottito ogni cosa e Sia non era più in grado di tornare nel suo nido. Contò i suoi passi e lentamente raggiunse il suo ramo preferito. Si accoccolò tra le foglie e decise di passare lì la notte, ancora inebriata dalla dolcezza della melata e decisa a ritrovarne, l’indomani, la misteriosa fonte. Poco distante, Rhy restò a fissarla, immobile, maturando con il passare delle ore la crescente certezza che, in un modo o nell’altro, avrebbe fatto qualcosa per quella formichina.

[…to be continued]

venerdì 8 giugno 2012

La legge del piedistallo.

«Da dove iniziare? Se fosse possibile, inizierei contemporaneamente da ogni parte».
[Che tu sia per me il coltello - David Grossman]

Doveva essere un'operazione semplice. O almeno. Lei avrebbe voluto così.
In genere era sempre stata molto brava a gestire il proprio passato. Lo classificava e lo conservava quando credeva ne valesse la pena. Oppure lo eliminava, quando riteneva fosse necessario per la sua sopravvivenza. Così si era trovata ad immergere nell'ambra persone, luoghi, sensazioni, immagini, parole e istanti che voleva rimanessero eternamente impressi nella sua memoria. Ugualmente aveva bruciato e distrutto persone, luoghi, sensazioni, immagini, parole e istanti che non dovevano appartenerle più.
Era profondamente certa che ogni microscopica stilla di esperienza vissuta avesse contribuito a renderla ciò che era diventata, ma anche che ci fossero dettagli che dovevano resistere al tempo solo nelle loro conseguenze, non nella loro essenza.
Questo era dunque il suo rapporto con il passato.
Si guardava indietro assai di rado e se lo faceva era solo per rievocare gli affetti più cari, i ricordi d'infanzia e pochi altri dettagli. Il resto era come se fosse stato vissuto da un'altra persona. E di fatto era proprio così: quella era un'altra persona, che ora era morta, uccisa senza troppi convenevoli né rimpianti.
Si sentiva serena per questo.
In genere era decisamente brava a contestualizzare, perciò anche i suoi rapporti con le persone le apparivano esclusivamente nella loro unicità. Aveva sofferto per i più disparati motivi e ogni tanto quelle ferite bruciavano come segnali d'allarme. Ma detestava i confronti e per questo preferiva proiettarsi nel presente di volta in volta, con i residui di "cose imparate dal passato" che la aiutavano a spegnere quei sensori, ma che non avevano nessun'altra influenza nella sua vita attuale. Perché, nonostante tutto, non poteva fare a meno di fidarsi di chi amava.
Eppure qualcosa in lei continuava a non funzionare.
Si sentiva piccola.
Piccola di fronte al passato che non era il suo.
Piccola di fronte a chiunque altro, perché non era mai stata capace di sentirsi...abbastanza. 
Abbastanza donna, abbastanza interessante, abbastanza sexy, abbastanza divertente, abbastanza coinvolgente, abbastanza tutto. O abbastanza niente. 
Ed ora sì, ecco che faceva confronti, eccome.
Trovava che in ogni cosa ci fosse sempre qualcuno migliore di lei. Il che non lo considerava necessariamente un problema, perché sapeva che questo era uno stimolo a migliorarsi in continuazione e di norma non le era neanche mai interessato primeggiare. Un pochino le piaceva addirittura essere l'eterna seconda.
Ma c'era un'eccezione, un unico ambito in cui desiderava ardentemente sentirsi inarrivabile, non sul gradino più alto - un podio è così affollato- ma in cima ad un piedistallo, dove c'era spazio solo per lei e nessun altro al mondo.
Quello era l'amore. Cielo, suonava così ovvio e smelenso. Ma lei davvero non l'aveva mai provata quella sensazione e probabilmente non l'avrebbe provata mai. 
Ed era davvero egoista in questo, se ne vergognava persino.
Razionalmente sapeva che non tutti erano come lei, capaci di resettare il passato e gestirlo come lei aveva imparato a fare.
Irrazionalmente, avrebbe voluto essere un virus schifoso, una sostanza acida e corrosiva che cancella tutto ciò che non è...se stessa. Solo lì, solo in amore, avrebbe voluto essere il centro del mondo e tutto sommato non le pareva una pretesa così assurda, anzi. A tratti lo considerava un desiderio più che lecito. Semplicemente perché lei era capace di farlo. Ora che amava, e amava in tutto e per tutto,  il resto, persino gli amori passati in cui aveva investito tempo ed energie, scomparivano e addirittura faticava a chiamarli amori. Soprattutto ora. Ora che sentiva di aver trovato l'Amore vero, quello definitivo, quello che rendeva microscopiche tutte le esperienze passate e che avrebbe difeso con la sua stessa vita. Quello che aspettava da sempre.
Lei sapeva bene cosa provava e in questo si rassicurava e si sentiva felice.
Però, per lui, si considerava l'ennesima.
Non unica e inimitabile.
Non assoluta e irrinunciabile.
Talvolta, una fotocopia mal riuscita e in bianco e nero. Perché ormai la cartuccia del colore si era esaurita.
L'alternativa al nulla, l'incarnazione di un accontentarsi del meno peggio, sostituibile alla prima occasione buona.
Il "però" che riapre il baratro dopo un'affermazione di illusoria certezza.
Per questo bramava di sentirsi dire che con lei era tutto diverso, che stavolta no, non c'era davvero paragone.
Parole che nessuno le aveva mai rivolto, perché lei non aveva mai giocato in un altro campionato. Era sempre, anche qui, l'eterna seconda. E se per caso riusciva a raggiungere la vetta della classifica, poco importava, perché comunque era la capolista della serie B. Nulla di più.
Non era lei l'età dell'oro e doveva certamente farsene una ragione.
Non avrebbe mai visto il mondo dall'alto di un piedistallo, era un privilegio concesso ad altre.
Altre che erano venute prima e che erano migliori per un miliardo di ragioni. Forse persino altre che sarebbero venute dopo e che l'avrebbero di nuovo spinta in una massa indistinta.
Non era invidia, no. A dirla tutta non era neanche gelosia.
Era una semplice arrendevolezza di fronte a semplici dati di fatto.
Avrebbe potuto lottare, certo, per aggiudicarsi la lettera maiuscola che le spettava di diritto. Correre più veloce, saltare più in alto, gridare più forte. Ma non voleva farlo, perché quel piedistallo non si guadagna con uno sforzo attivo, come invece bisogna fare per un podio. Sul piedistallo ci si trova a prescindere, ma bisogna esservi posti da qualcuno. Non perché si è fatto qualcosa di speciale, ma perché si è speciali. Così aveva fatto lei, quando ne aveva costruito uno, quest'unica volta, per regalarlo alla persona che per lei era tutto. Tutto ora e tutto anche nell'insieme della sua intera vita. Un tutto che era gigante e che stava lì, troneggiava sul piedistallo come nessuno mai.
Ma lei no, lei aveva di nuovo raggiunto il podio.
Nessun piedistallo.
Eppure doveva essere un'operazione semplice. O almeno. Lei avrebbe voluto così.



giovedì 7 giugno 2012

La donna strana (e il chitarrista supremo).

Non potevo esimermi dallo scrivere questo post per una ragione fondamentale: ne ho scritta gran parte "live", ieri sera, durante una festa. Ok, dirlo così ora non ha granché senso (e mi copre di una patina da sfigata mondiale), ma lo avrà presto. Oggi, però, l'ho un po' limato per cavare via tutta la pepioneria gratuita che non interessa a nessuno, fuorché a me ed Ariannissima. 
Orbene, vado ad elencare alcune necessarie premesse:
- sono stata invitata ad una festa di compleanno in cui praticamente non conoscevo nessuno, tranne i componenti della band di Ric e poche altre persone con le quali, però, non vado mai oltre il "ciao - come stai - hai visto che piove - speriamo che l'estate arrivi presto". 
- per logica conseguenza, la mia presenza era stata richiesta per ovvia cortesia in veste di "fidanzata di Ric", non in quanto me stessa medesima. 
- il fulcro di suddetta festa era un gruppo di amici che non sono i miei...e fin qui ci sta. Non mi ha mai spaventato trovarmi tra gente sconosciuta, se poi vale la pena conoscerla. Il fatto è che davvero io ieri  c'entravo come i cavoli a merenda, soprattutto per la presenza di diverse ragazze superfashionvictims che, per motivi a me ancora ignoti, ogni volta che mi vedono mi fanno la radiografia completa, da testa a piedi, inclusa panoramica dentale, assumendo quell'espressione che hanno le iene quando vedono a terra la carcassa di una gazzella (e questa non è pepioneria bensì obiettivo dato di fatto, testimoniato anche da occhi meno coinvolti dei miei). 
- ero l'unico esemplare femmina senza tacchi.
- ero l'unico esemplare femmina seduto nel lato della tavolata di soli maschi (se non consideriamo Claudiotta, la mia cognatina preferita, la quale, però, dopo cena, è tornata a casa tutta gasata per aver partecipato ad un evento mondano con noi grandi, e "certo che voi siete tutti un po'...svasati eh! Siete pazzerelli!")
- faceva un freddo del demonio, con quell'umidità che ti siringa nel midollo e ti fa tremare a scossoni convulsi.
- la festa prevedeva che, consumato il pasto, tutti i musicisti o aspiranti tali si esibissero in una jam session. 
- io sono un'aspirante tale, ma mi auguravo di potermi confondere con la tappezzeria e far sì che nessuno si ricordasse di questo dettaglio.


Detto ciò, chiunque può immaginare il mio stato d'animo di fondo...classifichiamolo come generico disagio.
Sia chiaro: la festa di per sé era una gran bella idea ed è anche riuscita bene. E infatti, fino a che ero in compagnia di persone con cui è sempre piacevole scambiare due chiacchiere, il desiderio di essere altrove non mi ha sfiorata minimamente. 
Però, finita la cena e riaccompagnata a casa Claudiotta,  Ric e i suoi musicanti imbracciano gli strumenti, lasciandomi seduta al tavolo armata di spumante e di cellulare che mi funge da blocnotes. Sulla sedia accanto alla mia noto il sachetto che contiene un regalo per il festeggiato. Sopra c'è davvero scritto FASHIONSHOES e rido da sola, pensando a quante volte con Ariannissima ci riempiamo la bocca della parola "fashion" quando si parla di certe persone e certi stili di vita. Non resisto e le mando la foto di quel sacchetto, in piena fase nerd addicted, accorgendomi appena che intorno a me si è creato il vuoto cosmico. Mi accoccolo sulla sedia in posizione fetal-meditativa per non disperdere il calore e mi godo la jam. Si avvicina un cameriere sparecchiante sulla sessantina abbondante che mi porta via il bicchiere appena svuotato e, probabilmente fulminato dal mio sguardo assassino, incalza:
«Scusa, tutto bene?»
«Sì grazie, perché?» 
«Non so...ti guardo da due ore e mi sembri fuori posto, hai un'espressione...boh...ti ho vista fin da quando sei entrata. Sai, io ne vedo parecchia di gente e tu mi sei sembrata subito...particolare. Non ti stai divertendo granché...»
« [Maddai?!?] No, guardi, sono solo un po' stanca...»
«Ma sei qui tutta da sola, questa è una festa e tu stai qui isolata...»
«E' che non conosco nessuno, questi non sono i miei amici...»
«E allora che ci fai qui?»
«Sono la fidanzata di quello lì che suona la chitarra, vede? Sono qui per lui. [Ed era vero. Non c'era proprio nessun altro motivo che giustificasse la mia presenza in quel locale]»
«Beh ma le altre ragazze...sono lì, tutte assieme, ridono, sono serene...e tu stai da sola, eppure sei una donna molto più bella di tutte loro!»
«[Glielo dico che quelle probabilmente mi odiano?] Ahaha! Ma che c'entra! Cioè, grazie per il complimento ma, ripeto, sto bene, non conosco nessuno ma tranquillo, non ho intenzione di suicidarmi per questo».
«Non lo so...non mi convinci...sei proprio una donna...strana».


STOP.
Allora, già sentirmi chiamare "donna" è un evento più unico che raro, visto che io per prima non mi sento affatto tale. Poi, ho passato la vita a sentirmi dire che sono una persona strana, ma da uno sconosciuto mai. Quindi, o questo ci stava provando, oppure ieri sera, a vedermi, facevo davvero pena. Ma pena forte.


PLAY.
«Vabbeh, senta, facciamo così. Lei ora mi lascia qui il mio bicchiere e io approfondisco la conoscenza con questa bottiglia di moscato, così poi siamo tutti felici».
Il cameriere mi restituisce il bicchiere e se ne va, sorridendomi ma scuotendo la testa, come faccio io quando interrogo certi disgraziati che non hanno studiato perché la loro nonna è morta per la quinta volta nel giro di pochi mesi. 
Purtroppo mi sono dimenticata di chiedergli se la seduta di psicanalisi era inclusa nel conto della pizza o se avrei dovuto pagarla a parte.
Rientro appena nel mio isolamento semi-autistico quando il festeggiato, al microfono, pronuncia il mio nome seguito dall'imperativo "vieni a cantare un pezzo". Tutte le teste della sala si voltano verso di me e vengo mitragliata da una raffica di sguardi. Mi sento come Marie Antoinette in centro alla Place de la Révolution. Cerco di dire di no, non perché mi piaccia farmi desiderare ma perché proprio mettermi in mostra in questo momento è l'ultima cosa che voglio fare. Niente. Mi tocca cantare. Vado verso i musicisti con un sottile desiderio di morte istantanea, suggerisco i quattro accordi della canzone che ho scelto e mi metto al microfono. What's up delle Four No Blondes, un grande classico al quale sono particolarmente affezionata, anche se al 99% della popolazione mondiale ha frantumato i cojones in quanto tormentone storico. Davanti a me il cameriere con espressione perplessa e l'ennesima sessione di radiografie complete di cui sopra. Cerco un punto di riferimento famigliare ma Ric è dietro di me che suona, e gli altri pure. Ok, vaffanculo. Chiudo gli occhi e vado per tre minuti nel mio mondo. E meno male che l'hanno presa veloce, così finisce prima. Sul ritornello, come da copione, urlo come un'ossessa...aaaah questa sì che è terapia. 
Via, è passato. 
Passato tutto, davvero. Tranne la tremarella. Quella è aumentata grazie alla scarica d'adrenalina. Una sambuca per favore.


Torno al mio posto e torna anche il cameriere: «Hai una gran voce, davvero. Peccato che la musica fosse un po' troppo forte, porca madosca, non si fa così! Comunque hai proprio una gran voce...ma sei davvero una donna strana» e daje. «Io lo vedo...tu non sei felice». Ah-haaaa! Era questo il problema? Solo perché stasera non ho mai riso fino a sbellicarmi ma ho indossato il sorriso di una Monna Lisa in borghese? Solo perché non mi sono alzata a ballare con le altre quando hanno lanciato quei due o tre brani tungi tungi? Solo perché non ho intessuto pubbliche relazioni con fare shubiduei e mi sono limitata a guardare? Mapperfavore. Vada per la strana, vada anche per la stronza, se vuole, ma non mi dica che non sono felice. D'accordo, stasera non ero propriamente a mio agio e forse talvolta sono un po' troppo prevenuta-severa-introversa e mi attacco a cose che dovrebbero scivolarmi addosso, ma sono venuta qui per il mio uomo...secondo lei esiste qualcuno più felice di me?
Poi Ric mi raggiunge e Torquemada molla me per parlare a lui: «E tu sei un bravissimo chitarrista. Senza nulla togliere agli altri, ma tu sei davvero il migliore, sì sì. Gli altri sì, d'accordo...suonano...oddio...suonicchiano...ma tu...tu sei proprio su un altro livello!».
Beh, almeno siamo una bella coppia.


Serata finita, ce ne torniamo a casina, la donna strana e il chitarrista supremo.


Però accidenti, in questo blabblabblero ho tralasciato una cosa fondamentale...cosa diavolo c'era in quel fashionpacchetto?

sabato 21 aprile 2012

Maneggiare con cura.







Oggi sono andata con Mathre e Pathre al mercatino dell'usato. No, non ho cercato di venderli, semplicemente ho passato un mezzo pomeriggio con la mia famiglia, anche se ho avvertito forte forte la mancanza di mio fratello.
Ho ciondolato per le bancarelle riflettendo su come il concetto di "Vintage" sia appioppato ad ogni sorta di cianfrusaglia inguardabile, tanto che il confine tra ciò che è veramente vintage e ciò che semplicemente è roba vecchia diventa sempre più sottile.
Mi sono persa a spulciare tra i dischi e i libri, senza però trovare qualcosa di realmente sfizioso.
Ho chiacchierato con una signora che vendeva i "sonagli chiama angeli" e sulla loro origine legata alle donne incinte messicane.
E poi, mentre osservavo un pelouche tutto smangiucchiato dal tempo che assomigliava vagamente a Coccolino, ho sentito un rumore di qualcosa di molto fragile che si frantumava a terra. Mi sono voltata verso l'origine di quel suono e ho visto lui: un bambino sui cinque anni che con lo sguardo colpevole fissava a terra il danno appena provocato. In un microsecondo il padre gli ha ficcato un sonoro schiaffo sulla mano assassina e la madre si è chinata, mortificata, a raccogliere i cocci. Lui, il bambino, è rimasto senza fiato, immobile, impassibile. Neanche una lacrima, neppure una smorfia di disappunto. E io ho percepito perfettamente i suoi pensieri.
Quando avevo circa quattro anni, i miei genitori ebbero l'infelice idea di portarmi con loro in un negozio di chincaglierie per la casa. Un paradiso, per me, così piccola e naturalmente attratta da quelli che ai miei occhi erano tanti giocattolini colorati. Prima di entrare lì, però, Mathre ebbe lo scrupolo di invitarmi a non toccare nulla. Siccome ero una bambina obbediente, mi limitai a guardare quello spettacolo sberluccicante.  Ma avevo un congenito debole per gli angeli e, guarda caso, lì ce n'era un'intera collezione della Thun in esposizione. Manco a dirlo, già allora costavano un occhio della testa, ma io non ne ero per nulla consapevole. Probabilmente in quel momento mi spuntarono sulle spalle le mie due coscienze, quella buona e quella monella. La buona mi ricordava le parole di mia madre "Non toccare...non toccare...". Ma quella monella si impegnò per essere più accattivante: "Guarda che guanciotte morbidose ha quell'angioletto lì...sì...quello più grande di tutti...non vorresti pacioccarlo un po'?". Va da sé che non seppi resistere alla diabolica tentazione. Allungai la manina e appena le mie dita sfiorarono l'angioletto, quello cadde, come a rallentatore, fracassandosi in mille pezzi ai miei piedi. Non ricordo esattamente cosa accadde dopo, ma i miei genitori dovettero comprare l'angelo che avevo appena ucciso e con ogni probabilità io mi presi un girone stellare, dato che in seguito, per ANNI, ogni cosa che mi scivolava dalle mani e finiva per rompersi mi faceva scoppiare in un pianto irrefrenabile. E ancora adesso, se capita che la mia proverbiale goffaggine mi faccia cadere un qualsiasi oggetto fragile, ho quei dieci secondi di smarrimento cosmico.
So che quel bambino, oggi, si è sentito così. E mi sono dovuta trattenere, perché volevo andare da lui e dirgli che lo capivo perfettamente e che, tra qualche anno, quei cocci saranno ancora lì, in bella vista sul caminetto, perché suo padre, con pazienza infinita e un tubetto di attack, avrà riparato il danno. E che quando avrà trent'anni e rivedrà una scena simile, riderà con i suoi genitori ricordandosi "quel giorno in cui scoprì che le cose fragili vanno maneggiate con cura perché si rompono, ma anche che poi l'amore e la colla le possono riaggiustare".

mercoledì 28 marzo 2012

Il cielo lo sapeva.

Era il 27 marzo. Non il 28, non il 26. Era proprio il 27 marzo.
Ed era domenica. 
Una domenica qualsiasi di una Primavera appena nata. 
In tutti i sensi.
C'era una piazza, c'era un sole un po' nascosto dietro le nuvole.
C'erano poi due persone che quel pomeriggio non avevano nulla da perdere.
C'era un'attesa, ma neanche tanta, perché era stato tutto improvvisato.
Semplice come non mai. 
«Ci vediamo?» «Ok». 
Tutto lì.
Un caffè e un succo di frutta.
Parole e parole. Forse scelte con cura, forse no. 
Forse semplicemente lasciate andare.
E poi le strade, percorse migliaia di volte ma mai insieme.
Il resto del mondo semplicemente stava a guardare. 
Cominciò a piovere. 
Una pioggia leggera, fresca, melodiosa. 
Una pioggia che scatenava i profumi di una nuova stagione.
Una pioggia che lavava via tutto ad ogni goccia.
Non sapevano cosa sarebbe accaduto dopo.
Non sapevano che si sarebbero di nuovo cercati, sempre più spesso, con ogni scusa possibile.
Non sapevano che non sarebbero più stati in grado di stare l'uno senza l'altra.
Non sapevano che non avrebbero più parlato al singolare.
Ma il cielo sì. Il cielo lo sapeva.



venerdì 9 marzo 2012

Balconerie...



La lavatrice mi fotte sempre i calzini. Per quanto io mi impegni a metterli a lavare in coppia, ne sbuca sempre qualcuno spaiato. Tre, questa volta. Ed è poi per questo che giro con le calze di colore - se non addirittura di tipo - diverso.
Comunque...oggi mentre stendevo mi sono resa conto di quanto questa attività casalinga sia una spudorata esposizione della propria privacy e di quanto sia antropologicamente divertente immaginare la vita che scorre oltre i cavi appesi al balcone, nelle case dei dirimpettai. Un po' come quando si spia nei carrelli della gente per crearne un ipotetico identikit. Ok, ho messo il verbo impersonale come se fosse un hobby comune, mentre mi sa che certi problemi li ho solo io...
Tant'è, sempre oggi ho fatto una radiografia del vicinato.
Nel mio condominio le operazioni di stendaggio sono regolari, oserei dire quotidiane [ovviamente io mi escludo] e assai stereotipate.
La simpatica vecchia di sopra - quella che si alza di notte ad intervalli che spaccano il minuto e che quando è sul balcone chiama i miei gatti, inconsapevole di incitarli al suicidio - fa grandi bucati di cotoni bianchi. Lenzuola che sventolano come vele pirata e che puntualmente mi oscurano la visuale della camera da letto oppure fazzoletti/asciugamani che cadono sulla mia proprietà, costringendomi spesso a farle visita per restituirglieli.
Data l'epidemia di alzheimer che dilaga in questo stabile, anche con lei i dialoghi sono sempre gli stessi:
«Driiiiin!»
«Chi è?»
«Sono l'inquilina di sotto!»
«Chi?»
«Signora, guardi dallo spioncino...»
«Ah sei tu! [mi apre la porta]...come stai? Dove insegni quest'anno? Sai che mio figlio ha due lauree? Certo che non ci sono più i giovani di una volta...»
«Eh sì signora, ha ragione, i giovani di una volta ormai sono i vecchi di oggi!» [questo lo penso sempre ma non lo dico mai].
«E tu dimmi...quel tuo fidanzato? Ascolta me, non ti sposare mai!»
[sono anni che me la jetta...] «Vabbeh, signora...le ho riportato le...mutande formato famiglia di suo marito che sono cadute sul mio balcone...»
«Ah non me ne ero neanche accorta! Grazie! Ma entra, vieni, vuoi un cioccolatino?»
«No grazie» [ci son già cascata una volta e ho dovuto fingere di andare matta per quegli ovetti risalenti all'età rinascimentale. Avevo recitato bene, però, tanto che me ne aveva messi cinque o sei in mano con la raccomandazione di mangiarli prima che si sciogliessero].
«Ma sarai mica a dieta! Dai su...» e mi trascina in casa senza sentire ragioni finché non riesco a divincolarmi e a tornare al sicuro nel mio appartamento, con l'ennesima scorta di cioccolato.

La vecchia vicina spaccamarroni, invece, stende solo stracci e, raramente, qualche pantalone della vittima sacrificale che è suo marito. In effetti lei è sempre vestita uguale. Ma avrà una casa linda che più linda non si può. Un giorno ho avuto la sciagurata idea di stendere un accappatoio senza mollette e, ça va sans dire, il vento me l'ha buttato in giardino. Tornata a casa da scuola, la vecchia mi ha placcata come suo solito sul pianerottolo:
«Hei tu!»
[Heulla, cos'è sto gergo giuovanile?] «Sì?»
«Hai mica perso qualcosa?»
«Ehm...non lo so...cosa avrei dovuto perdere?»
«Non ti manca niente?»
«Signora, non lo so...ha trovato qualcosa di mio?»
«Non ti sembra che ti manchi qualcosa?»
[Mmmmmh...fastidiosaaa...] «Signora, vogliamo star qui tutto il pomeriggio o mi dice di cosa sta parlando?»
«Vado a prendertelo neh...»
[Ma cosa? Cosa per dio?] e si allontana con quel passo rapido da scolopendra.
«Ecco, è tuo questo?»
[Come se non lo sapesse che è mio] «Sì grazie!»
«Ti è caduto in giardino...te l'ho preso io perché magari qualcuno te lo rubava.»
«Eh, sì...è pieno di gentaglia cattiva in questo condominio che non vede l'ora che il mio accappatoio di Hello Kitty mi cada dal balcone per rubarmelo...»

Per completare questo quadretto, proprio dirimpetto ammè, nel condominio di fronte, abita il figlio di suddetta vecchia spaccamarroni, tale Amadeo o qualcosa di simile. Un zitellone sulla quarantina che intreprende dialoghi dal balcone con sua madre che, come tutti ormai sappiamo, ha sviluppato un radar precisissimo che capta ogni movimento altrui e gli parla – urlando – rendendo partecipe tutto il quartiere delle questioni di famiglia. Lui, di tutta risposta, mugugna senza darle troppa corda e credo che per evitare questo teatrino abbia preso l'abitudine di stendere di notte. Il suo bucato? Neanche a dirlo: completi e camicie identici. Stesso taglio, stesso colore, stessa noia mortale. Ecco, la sua vita un po' me la immagino così: grigina e monotona. Però chissà, magari dietro quel balcone succedono cose che noi umani, e soprattutto la vecchia, non possiamo neanche immaginare...festini in maschera, tornei di pallavolo, cene etniche...magari il costume da Batman il povero Amadeo si limita a stenderlo dal lato opposto, fuori dallo sguardo di mammà.

Poco tempo fa, però, ho notato una cosa affascinantissima. Nel lato del condominio che dà sul cortile interno si è installata una famiglia che ha dipinto le pareti del salotto di un colore che solo io pensavo di poter sopportare nella zona giorno di una casa. Li ho adorati, così sulla fiducia, quelle sere in cui sul balcone troneggiavano barattoli di vernice e bottiglie di birra vuote. E poi hanno steso lui: il bucato esposto in scala cromatica. Se si tratti di arte contemporanea urbana o di sintomo ossessivo-compulsivo non lo so, ma è sempre una gioia tornare a casa e vedere quell'arcobaleno di t-shirts e asciugamani.

La stessa gioia che ho provato l'estate scorsa, quando quelli del piano di sotto sono andati in vacanza e hanno lasciato la figlia - una ventenne supercarenata superfashion supertutto - a casa con il fidanzato che, neanche a dirlo, si è trasferito da lei. Dopo giorni di romantica reclusione, hanno steso lenzuola e biancheria intima. Che fighi. 

Ora con queste giornate di sole sarà un tripudio di bucati svolazzanti. E mi sa che questa volta toccherà anche a me.