sabato 20 febbraio 2016

Happy Deathday

Domenica 19 febbraio 1995
Oggi è il mio tredicesimo compleanno. Sono a casa, aspetto i miei compagni di scuola che presto arriveranno per la festa. Ho la febbre, non per i soliti mali di stagione, ma per quella malattia che mi porterò dietro per tutta la vita. E' una bella giornata, c'è il sole e non fa neanche tanto freddo. Mentre aiuto mamma a preparare i pop-corn, lei mi dice di fare un salto veloce a casa dello zio Teo, tanto abita proprio qui accanto, per invitarlo a festeggiare con noi. Nel frattempo suona il campanello: è Anto, in largo anticipo come al solito, così dimentico di andare dallo zio e mi metto a guardare la tv con la mia amica. Piano piano arrivano tutti, facciamo tante foto, io sorrido anche se il mio viso tradisce quella stanchezza che solo le lunghe cure di antibiotici sanno regalare. Intanto mamy ha provato diverse volte a telefonare allo zio, ma il telefono ha continuato a suonare a vuoto. Sarà in giro con suoi i cani.
Saltiamo la cena, com'è ovvio che sia, dopo un pomeriggio di stuzzicherie, ma alcuni amici di mamma e papà vengono a bere il caffè. Io sono distrutta, saluto tutti e vado a letto. Decido di inaugurare il mio nuovo diario segreto. Mentre scrivo sento degli strani movimenti in casa. Mi alzo e in salotto i miei genitori non ci sono più: tornano subito, mi dicono i loro amici, rimettiti a letto Jo. Sì ma dove sono andati? Hanno ricevuto una telefonata e sono usciti un momento, stai tranquilla. Vai a riposarti, è stata una giornata stancante per te. Così faccio come mi dicono e mi addormento, con una sensazione di preoccupazione e disagio che non mi so spiegare. Dopo diverse ore sento delle voci provenire dall'ingresso. Mamma e papà sono tornati, ora posso dormire più serena.

Lunedì 20 febbraio 1995
Mamma si siede sul mio letto e mi sveglia dolcemente, con un'espressione che tradisce qualcosa che non mi convince. Buongiorno piccola. Come ti senti? Mi accarezza la fronte e sente che ho ancora la febbre. E' stranamente seria, ma non come tutte le volte che, sfiancata dalla mia malattia, prende atto che le medicine non mi stanno facendo nessun effetto. Ti devo dire una cosa. E' un istante che sembra durare un'infinità. Mamy fatica a trovare le parole giuste, ma sa che con me non può fingere. Jo...lo zio Teo è morto. Morto? Mamma come sarebbe? Ha avuto un incidente? - beata ingenuità -. No, Jo...si è sparato. Ma cosa dici! Lo zio non ha una pistola! Infatti...si è sparato un chiodo in testa.
BUIO.

Cosa mi sia successo quel giorno, credo di non averlo mai raccontato a nessuno. All'improvviso ho sentito che la mia infanzia era definitivamente finita. Ricordo di essermi aggrappata all'anta dell'armadio, battendo i pugni per quella verità che non riuscivo a concepire. Per molto tempo non ho avuto il coraggio di chiedere niente a nessuno. Vedevo solo gli adulti che si disperavano. Ho visto mio padre piangere per la prima volta, mia mamma invecchiare da un giorno all'altro, mia nonna distrutta dal dolore e mia zia, incinta della piccola Cathe, al centro delle preoccupazioni di tutti. Mamolo e Tata Lene avevano appena tre anni e non capivano il motivo di tutto quel subbuglio...chiedevano semplicemente perché lo zio Teo non venisse più a cena da noi, come succedeva ogni sera da un po' di tempo, da quando il divorzio da quella strega di sua moglie gli aveva rovinato la vita. A me, però, non era concesso crollare, non in quel momento dove tutti sembravano smarriti e serviva che qualcuno rimanesse lucido. Un ruolo che non so per quale motivo è stato affidato a me da allora e per tutte le volte in cui qualche disgrazia ha colpito la mia famiglia. Sono stata sempre considerata come “la quinta sorella”.
Del periodo successivo ricordo le ore passate chiusa in camera mia a disegnare e scrivere. Nessuno osava entrare lì dentro a parte mio fratello, che mi veniva in braccio e mi guardava con quegli occhioni azzurri, chiedendomi “Perché la mamy piange sempre così tanto?”. Non ti preoccupare cucciolino, la mamma è tanto triste ma presto tutto passerà. E invece non passava proprio nulla. Per mesi (forse anni?) ho vissuto con il terrore che mia madre facesse qualche pazzia. Si è sempre rimproverata di non esser stata capace di stare accanto allo zio e la presa d'atto di essere fallibile, come tutti, l'ha mandata totalmente fuori fase. Si sono tutti auto-accusati di non averlo aiutato abbastanza, ma io sapevo che non era vero. Era sempre stato fatto l'umanamente possibile e la colpa non era di nessuno.
Una sera come tante, lo zio Nino è entrato in camera mia.
Bimba...stai bene? 
Nessuno, fino ad allora, aveva pensato di chiedermelo. 
No. Non c'è niente che vada bene...come ha potuto fare una cosa simile? 
Jo, lui sapeva che era il tuo compleanno, abbiamo trovato un biglietto con il tuo nome sul suo tavolo. Deve essere successo qualcosa che lo ha fatto impazzire all’improvviso, perché in cucina c'era il sugo per la cena. E uno che ha intenzione di farla finita non si prepara il pasto per la sera. E soprattutto sai benissimo che se fosse stato lucido non avrebbe mai rovinato un giorno così speciale per te, ti voleva un bene dell'anima.
Allora io voglio sapere. Ditemi che cazzo gli è successo. Ero sempre a casa sua, spesso dormivo lì, mi insegnava a cucinare, ascoltavamo musica -mi ha trasmesso l'amore per i Queen- e ridevamo sempre tantissimo.
Sei sicura di volerlo sapere? 
Sì, per favore. Ne ho diritto quanto voi.
Il suo vicino di casa, quel dannato pomeriggio, ha visto che i cani erano in giro e si è preoccupato, perché era una cosa strana, lo zio non li avrebbe mai lasciati uscire da soli. Così, visto che alla porta non apriva nessuno e la macchina era parcheggiata sulla strada, ha bussato alla finestra e, guardando dentro, ha visto lo zio a terra. Avresti potuto trovarlo tu, se fossi andata a chiamarlo per la tua festa. I carabinieri ci hanno detto che probabilmente non era solo in casa quando si è ucciso. 
Zio ma cosa stai dicendo? Chi era con lui? Chi ha potuto scappare e lasciarlo lì in un momento simile?
Nessuna risposta, a parole. Ma il nome della persona che ha assistito a quel gesto disperato lo sappiamo benissimo tutti quanti, nome che nessuno, da allora, ha mai più osato pronunciare.
Deve avergli detto qualcosa che lo ha mandato fuori di testa, ma non sapremo mai di cosa si trattasse, anche se qualche idea me la sono fatta.
E così, fammi capire dannazione...i carabinieri l'hanno lasciata andare via così? Se lei era davvero con lui in quel momento, quella puttana deve marcire in galera. E invece no. Insufficienza di prove. 
Jo, ora che sai tutto, mi puoi spiegare cos'è successo oggi a scuola?
Già...quella mattina una mia compagna di classe aveva avuto l'infelice idea di stronzeggiare come suo solito, ma all'ennesima battuta di pessimo gusto su quello che mi era successo, non ci ho visto più e l'ho picchiata, facendole sanguinare il naso e gridandole addosso tutta la mia rabbia. Evidentemente i professori si erano preoccupati di informare i miei.
Nessuno si è poi accorto della mia metamorfosi. Eppure, per anni, non ho più sorriso. 

19 febbraio 2010
Il giorno del mio compleanno non è un giorno come gli altri. 
Il giorno del mio compleanno non è un giorno speciale per me.
Oggi compio 28 anni e non mi interessa. Penso solo che 28 anni fa c'era un giovane uomo che andava in giro felice per le strade del suo paese, dicendo a tutti: è nata la piccola, sono diventato zio! Con il passare del tempo quell'uomo è diventato una salda figura di riferimento per me, mi ha accompagnata nella crescita, mi ha sempre sostenuta nelle mie scelte e mi ha sempre trattata come una sorella, alla pari, quasi come un'adulta, perché non mi raccontava mai bugie per addolcire la realtà. E non lo faceva perché fosse un irresponsabile...semplicemente desiderava farmi capire che, anche se la vita può essere difficile, io avevo tutte le carte in regola per viverla meravigliosamente. Mi ha insegnato quanto fosse bello sorridere, quanto fosse facile divertirsi anche con poco, quanto fosse importante il concetto di famiglia. Una famiglia che a lui era stata portata via, ma nella quale non aveva mai smesso di credere. 
Poi un giorno d'inverno ha deciso che questa Terra non era più fatta per lui ed io sono rimasta sola a guardarlo mentre si allontanava, conscia del fatto che, in ogni caso, non se ne sarebbe mai andato veramente.
Non l'ho mai rimproverato per ciò che ha fatto. Non l'ho mai considerato un codardo, né un fallito. Era semplicemente un'anima fragile e profondamente ferita. Un'anima che non si poteva non amare.

Il giorno del mio compleanno è il giorno in cui la vita e la morte si sono incontrate, quindici anni fa, e in qualche modo si sono annullate e, paradossalmente, amplificate a vicenda.

20 febbraio 2016.
Ad ogni mio risveglio del 20 febbraio trovo un motivo per cui valga la pena viverla, 'sta vita.
E insomma, ad oggi ne avrei almeno 21, di ottimi motivi, che avrei voluto dirti quel 19 febbraio 1995, se solo ne avessi avuto la possibilità.
Perché più mi avvicino all’età che avevi tu allora, più fatico a capire, a comprendere, ad accettare.
Perdonare…beh, quello l’ho fatto subito, credo. Non sono mai riuscita a rimproverarti nulla, neanche di aver in qualche modo segnato per sempre la mia vita, il mio essere, le mie paure, i miei rapporti con gli altri, con l’amore, la mia angoscia della morte e il mio sentirmi sempre e comunque un passo indietro rispetto al resto del mondo. Perché lo so, tutto è cominciato lì.
Forse in modo assurdamente inconscio è me che non riesco a perdonare: per non essere stata abbastanza per te, per non essere riuscita a darti un motivo, uno solo, che ti tenesse in vita. Avevi regalato a me tutto ciò che qualche anno prima avevi comprato per la donna che amavi e diceva di amarti, e che invece ti ha abbandonato con una casa piena di ricordi, come a sbeffeggiati ogni giorno, come un memento costante di quella che tu hai interpretato come una disfatta. Succedeva, però, che laddove gli adulti probabilmente non sapevano arrivare, io, bambina, ci riuscivo, perché tornavi bambino anche tu e forse in quello trovavi la tua rivalsa. Quando passavi qualche ora con me eri felice e io ho pensato che potesse bastare, che un poco alla volta ti saresti tirato fuori da quello stato in cui ti eri lasciato trascinare. Mi sentivo importante, so che lo ero, ma forse non abbastanza.
Lo so, è una sciocchezza abbandonarmi a pensieri simili: avevo appena tredici anni, che cosa cazzo avrei potuto fare per te? Eppure il mio nome era lì, sul tuo tavolo. E sono certa che se tu per sbaglio l’avessi visto, ti saresti fermato prima che la tua mente venisse annebbiata da quella che ho sempre chiamato “follia” ma che effettivamente non saprò mai cosa fosse. 
Cos’è stato, zio? Paura? Disperazione? Rabbia? Che cosa può averti portato a tanto? 
Molte, troppe volte, ho cercato di immaginarmi la scena, i tuoi ultimi pensieri, e ogni volta sento un vuoto che ci inghiotte entrambi e proietta te verso un luogo lontano e me con il muso spiaccicato a terra. 
Non si può morire così a 35 anni. Non si può.
E se tu fossi ancora qui mi daresti ragione, perché la vita concede sempre una seconda occasione, ma tu non gliel’hai lasciato fare.

Qualche giorno fa, a scuola, un alunno mi ha chiesto se è vera la storia che gli hanno raccontato i suoi genitori, quella secondo cui quando una persona muore, va in cielo ma può ancora vederci.
Mi si è stretto lo stomaco. Io avevo la sua età quando tu ti sei ucciso. E oggi ho quasi la tua età di allora. 
E non so se ho mai pensato che potessi vedermi. Eri e sei una presenza costante, come la nonna, e so che ogni piccolo traguardo che raggiungo lo rivolgo a te, come se volessi regalarti un pezzo di ciò che non hai potuto vivere. E un po’ anche come a dirti, affettuosamente: vedi che cosa ti stai perdendo, stronzo? Non potevi ubriacarti come avevi già fatto altre volte, quel giorno, anziché spararti? Quindi sì, ti ho perdonato da subito ma sono ancora profondamente incazzata con te.
E insomma, io a quell’alunno spero di aver dato una risposta rassicurante, come tu avresti fatto con me.
Però tutto sarebbe più facile e divertente e leggero se potessi prendere il telefono e raccontartelo ridendo insieme. So che il nostro legame sarebbe stato un “per sempre” con i fiocchi.
E forse in qualche modo lo è anche così. Il nostro speciale “per sempre”.





venerdì 10 ottobre 2014

Notte TU.



 "Chi sei, maledetto? Dove sei stato fino ad ora? Ora che ricompari dopo anni, ora che su di te in qualche modo mi devo ricredere, ora che ti muovi in bilico tra la mia idea di un tu passato e quella di un tu presente. Ma che resta sempre e comunque un'idea. Troppo poco per farci qualcosa, fosse anche un'apericena, quelle robe odiose con nomi cretini ma che vanno un sacco di moda adesso [ancora più odiose dato che non so neppure se ci vada l'apostrofo...per la grammatica è più un aperitivo o è una cena? E, nel caso, che cosa ci diremmo, io e te?].
Entri a gamba tesa con un innocuo pronome a lettere maiuscole. Sai cosa significa? Non l'hai mica scritto a caso, sei meno coglione di quanto talvolta ti piaccia far pensare.
Signorino Tumiturbi, mi vien da chiamarti, chiedendomi se coglieresti l'allusione cinematografica. Certa che comunque, in tante cose, ne sai ben più di me. Parli di nomi e mondi che non conosco e un po'te ne vanti, ma te lo concedo, perché in realtà ti invidio persino.
Sei scema, mi dico, che giri di testa ti stai facendo? Lui è sempre lui, se gratti bene sotto la crosta del personaggio che si è cucito addosso. Chissà poi perché, dimmelo tu, perché sei cambiato, quando io in un certo senso ti adoravo per com'eri prima ma no, non te l'ho mai detto...che te lo dicevo a fare? Ma soprattutto che te lo dico a fare ora, ora che non so mica tanto bene chi sei.
C'era quel gioco stupido tra noi, stupido perché è sempre rimasto gioco. Stupidi noi allora, che le pedine ce le siamo mangiate, mettiamola così. Ma qualcosa, se ci accontentiamo -dai, non ti incazzare per questo- può ancora trovare un senso, una realtà, un'espressione.
Se mi scrivi Notte TU e sai quello che fai.
Altrimenti, sconosciuti come prima.
So long."



mercoledì 8 ottobre 2014

Lilith.

[2009]

Se potessi guardarmi con gli occhi di qualcun altro, probabilmente mi definirei una persona orribile.
Mi chiamo Lilith, ho trentatré anni e conduco un'esistenza così normale che in molti non stenterebbero a definire invidiabile.
Ho un marito, tre figli, una bella casa, un cane, due gatti, un lavoro che mi soddisfa e per il quale mi sento indescrivibilmente portata.
Ve l'ho detto. Ho un'esistenza normale.
Ma non tarderete a disprezzarmi.
Ho amato, mentito, tradito, amato ancora, goduto e, infine, ucciso.
Già vi vedo, con l'espressione di rimprovero, scuotere la testa.
Ebbene sì, ho una fottuta doppia vita.
E ho tre amiche che non mi giudicano mai per quello che faccio: “Ti è piaciuto, almeno?”. 
Adorabili cattive bambine.
I miei segreti sono fatti per essere portati nella tomba.
Con gli anni ho imparato a tessere trame e orditi di inganni e, quasi sempre, ho ottenuto tutto ciò che volevo.
Non siate ipocriti. Io sono semplicemente colei che dà voce ai vostri pensieri più osceni, alle vostre smanie più inconfessabili, ai vostri sogni più indecenti.
Siate onesti, almeno con voi stessi.
Non avvertite anche voi quella irrefrenabile pulsione a sentirvi vivi?
Quella bruciante necessità che vi logora le viscere e che più volte avete allontanato come tentazione diabolica?
Quell'aspro senso di nausea che vi stringe la gola quando aprite gli occhi al mattino, sapendo che la giornata sarà uguale a tutte le altre già passate e a quelle ancora a venire?
Tutto questo fermento, signori, questo sentire primordiale è la vita che vi implora dal più profondo del vostro spirito. La vostra vita, segregata in una cella di apparente benessere, di sorrisi plasticati, di malcelato orgoglio con il quale difendete allo strenuo i valori di cui, al massimo, conoscete il nome.
L'istinto di sopravvivenza che avete sottomesso ad una più dignitosa apparenza, non resta fermo ad aspettare che la morte arrivi a spegnerlo. In realtà, voi siete già morti da un pezzo, da quando avete smesso di ascoltarvi per sedervi nella comoda tranquillità di una vita senza aspettative, priva di quel brivido incontrollabile che attraversa ogni centimetro dell'involucro in cui siete ospitati.
Quell'istinto che soffocate, perché testimonianza del vostro essere animali, non tace mai.
Potete cercare di ignorarlo, voltando altrove lo sguardo con un teatrale gesto di sublime falsità.
Potete innalzarvi a giudici spietati, puntando il dito contro chi quel primigenio fremito non lo tiene a bada, ma lo lascia esprimere come natura esige.
Potete nascondervi dietro le vostre stesse bugie.
Ma non vi salverete.
La vera salvezza sarà per coloro che, tacciati di eresia, avranno cercato, compreso, raggiunto il più estremo atto di coraggio che l'essere vivi comporta.
Guardatevi allo specchio, ora.
La mia doppia vita è la completa realizzazione della vostra mediocrità.
Il mio peccato è la vostra codardia.


mercoledì 3 settembre 2014

Welcome Back.

Ok, mi sono detta: "Ora riparto a scrivere. Ne ho bisogno. Ma non starò lì a smenarla (a chi, poi?) sui motivi che mi hanno ridotta al silenzio, sul fatto che non ho il blocco dello scrittore ma semplicemente un figlio che mi ciuccia tempo ed energie, su come la lenta agonia della mia Abulafia e i singhiozzi della connessione stiano compromettendo ogni mio tentativo di tornare sulla tastiera...nonnonno. La metascrittura di autogiustificazione non fa per me. Scriverò e basta."
E invece. Questo è quanto. S'aveva da specificare, via, per onestà intellettuale.

Questo post, dunque, prendiamolo per quello che è. Uno squarcio nella tenda in cui mi sono addormentata. Un rompere il ghiaccio per dimostrarmi che non mi sono proprio rincoglionita totalmente, diciamo solo un po'.
Stimoli ne abbiamo.
Voglia pure.
Tempo meno, ma lo troviamo.

Sicché, bentornata a me...forse.

martedì 11 marzo 2014

In my place.

Non penso che le persone siano naturalmente predisposte a deludere gli altri. Penso, piuttosto, che nel processo di delusione giochino un ruolo fondamentale le aspettative. Quelle troppo alte. O, semplicemente, quelle che nascono dal presuntuoso desiderio che le persone di cui sopra la pensino come noi, provino ciò che proviamo noi e, di conseguenza, agiscano come agiremmo noi. 
Roba del tipo "mettitineimieipanni" o "sesolofossiinte".

Ad esempio, se tu fossi nei miei panni, capiresti per quale ragione aspetto ancora qualcosa che assomigli ad un chiedere scusa o, almeno, un'ammissione di concorso di colpa. Ma no. Non è vero. Forse neanche. Forse vorrei solo che tu ti mettessi nei miei panni per renderti conto di quante piccole ferite mi hanno provocato il tuo silenzio o le tue frasi al vetriolo o ancora il tuo trattarmi come una con la quale non vale la pena condividere niente. Neppure la nascita di mio figlio, che per altro hai visto solo una volta e per puro caso, dopo aver liquidato freddamente il messaggio che ti ho scritto dopo il parto. Non mi interessa la ripicca, men che meno voglio restituirti il favore. Non sono proprio fatta così, e poi a te voglio bene. Vorrei solo un po' di empatia, forse. Quella che da sempre è stata il nostro punto di forza. Se non altro per restituire un po' di giustizia a questo rapporto che...boh. Non so più bene che cosa sia, ma so che mi rende incerta per ogni microscopico passo che faccio, per ogni minima parola che dico. Mi chiedo se credi ancora nella nostra amicizia come ci credo (o spero) io. Mi chiedo un pochino quale sia il mio posto. Mi chiedo se io non sia diventata per te "una qualunque" e se non sia, a questo punto, il caso di farmene una ragione e di non sentirmi stupida ogni volta che mi muovo verso la tua direzione. Le risposte le posso avere solo da te e probabilmente non le otterrò mai. Perché le aspettative si aspettano, mica si palesano, altrimenti non vale. Io vorrei solo che riuscissimo a parlarci chiaramente, con calma e con tanto desiderio di rimettere le cose a posto una volta per tutte, per goderci serenamente tutti i momenti belli che ci aspettano (e ce ne aspetterebbero tantissimi, lo so). Vorrei non avere aspettative, anche.
Che poi magari a te non frega un cazzo, sono solo io a farmi giri di testa perché per te è tutto normale così e non ti interessa di avere nulla di più né di meno. Magari eh...la butto lì. 

Che poi io non volevo neanche scrivere a te. 
Dovevo lamentarmi con finto disappunto del fatto che l'otto marzo, nonostante le mie aspettative, ho ricevuto solo una mimosa dal gestore del ristorante in cui ho cenato. E le ho pure dimenticate in macchina di Jessica. E comunque era già passata la mezzanotte quindi era solo un modo che il buonuomo aveva per levarsele di torno. 
Che mondo miserabile...



lunedì 8 aprile 2013

Nel frattempo, ciao.



Sto macinando da giorni tentando di metabolizzare la situazione.
Ho approfittato di qualche ora di insonnia per decidere come muovermi e soprattutto SE muovermi.

Mi sono fatta un po' di domande che, per una volta, hanno avuto facili risposte.
Il fatto è che io ormai ho compiuto 31 anni.

Ho a che fare con ragazzini per lavoro e a breve dovrò prendermi cura di mio figlio.
Per questo, senza nessuna cattiveria, davvero, non ho la benché minima intenzione di fare il primo passo per tentare di capire, o giustificare, un comportamento così sciocco che appartiene a chi di anni ne  ha persino più di me. E da dieci mi conosce. E crede ancora di potermi stupire o, chissà, forse dimostrare qualcosa.
Un tempo sicuramente mi sarei bruciata il cervello nel tentativo di salvare il salvabile, in un rapporto che ha avuto alti e bassi, che si è sospeso per un po' ma che poi è rinato, come fanno le amicizie vere.
Un tempo mi sarei addirittura caricata sulle spalle quintalate di sensi di colpa, magari senza neanche averne mezza.
Un tempo che però non è oggi, perché oggi io mi sono ufficialmente stancata di tutto questo.
Resto sempre quella che, in fondo, capisce le scelte e le motivazioni di ognuno, anche quando sembrano assurde o insensate. Ma sono anche quella che, per fortuna o sfortuna, sa cogliere quel "pezzetto che manca", quel "qualcosa che non torna" e che alla fine fa quadrare i conti. Bizzarro, ma ci ho spesso azzeccato.
Anche questa volta la mia intuizione immediata è rimasta lì in silenzio, perché sarebbe stato da pazzi crederla vera, sarebbe stata troppo "troppo", anche nonostante i precedenti.
Poi è bastato uno sguardo, un mezzo accenno di parola per capire che quel pensiero non ha fatto visita  solo a me.
Si è insinuato nell' "ultimo arrivato" che però sa tutto perché è il mio migliore amico.
Ha sfiorato l'altro decano della situazione, ignaro di tante cose che non gli sono mai state raccontate ma molto più attento di quanto non voglia far credere.
Ha attraversato la mente anche di quello che è sempre stato fuori da queste cose, perché ha vissuto tempi non sospetti e perché, francamente, non ne è neanche troppo interessato.
E a quel punto, quello che nessuno osava dire apertamente è stato chiaro a tutti.

Ora. L'altra me, quella che di solito avrebbe preso la macchina per avere spiegazioni di persona, per sentirselo dire in faccia che no, non ce n'è più, orbene, quella me se ne è stata buona e si è limitata a respirare profondamente.
Sempre quell'altra me sarebbe uscita di testa per una cosa simile, perché va bene essere nell'era digitale, ma la fine di un rapporto, in ogni caso, non merita di essere liquidata con un esseemmeesse comunitario, un giovedì mattina qualsiasi, senza neanche avere il coraggio di dirselo guardandosi negli occhi -toh...ho un déjà-vu-. Perché il rapporto in questione non è solo mera condivisione di un paio d'ore alla settimana. C'è una passione, ci sono energie, ci sono cinque vite, ci sono anni di esperienze di ogni tipo e alla base di tutto c'è l'amicizia. Quindi, diciamocelo, uno si può stancare, può avere altre cose per la testa, nuove priorità e non serve proprio nessun coraggio per parlarne agli altri quattro che, in quanto amici e da persone mature, prendono atto senza giudicarti, ti danno una pacca sulla spalla, ti fanno qualche battuta idiota e ti offrono una birra. E invece no. Il coraggio è servito a scrivere solo quattro righe e a premere "invio". E allora FORSE le reali motivazioni non sono quelle che sono state buttate lì in 160 caratteri. Mi pare abbastanza evidente, anche se non vorrei davvero crederci.

Non mi interessa. Questa volta, davvero, non voglio saperne niente. 
E non mi interessa neppure di passare per quella stronza insensibile che non fa una piega.
Negli anni ho già dato abbastanza, mi pare. 

Se la mia intuizione è corretta, non starò certo a logorarmene, perché il problema non è più mio. Anzi, a conti fatti non avrebbe mai dovuto esserlo.
Se invece mi sbaglio - e lo spero con tutto il cuore, anche se probabilmente non lo saprò mai - mi resterà quella ruga di amarezza per una cosa bella che è finita, per la delusione di sapere che un amico non mi abbia creduta capace di capirlo e sostenerlo nella sua scelta, quando invece, conoscendomi, non avrebbe dovuto avere neanche mezzo dubbio.
Ci sto male? Chiaro. Per più di un motivo. E di cose da dire, da obiettare, da discutere ne avrei a mazzi.
Ma per una volta voglio proteggere me, la mia vita e la mia serenità. Sono egoista? Sì, e allora?
Non c'è nessun bene comune per il quale abbia intenzione di eleggermi paladina, perché non si tratta di vita o di morte e un'alternativa la sappiamo trovare. Con un po' di lecito scoglionamento, ma senza drammi o tragedie.
Ed è semplicemente per questo che mi limiterò ad andare avanti per la mia strada, lasciando la porta socchiusa ancora per un po'di tempo, ma senza starmene lì in piedi ad aspettare che bussi qualcuno.

Quindi, se vuoi augurarmi "buona vita" me lo devi venire a dire di persona. Nel frattempo, ciao.

venerdì 15 febbraio 2013

Meno Tre.

Lo so, non scrivo da un botto di tempo ma credo che nessuno senta davvero la mancanza dei miei post. Io per prima. E per dare un'apparenza di giustificazione non richiesta, posso semplicemente dichiarare che tante cose che vivo e penso e provo in questo momento non le sto scrivendo qui, ma in uno spazio più intimo. Altre semplicemente le lascio scorrere senza trattenerne traccia.
Motivazioni? Tante. 

La prima è che una bella fetta di quegli scritti riguarda solo me, Ric e Zigulì. E non c'è bisogno che aggiunga altro.
La seconda è il modo in cui il centro del nostro mondo si è inevitabilmente spostato sulla mia pancia. Come se per noi, ora, non esistesse null'altro. Per qualche tempo mi sono quasi sentita in colpa verso chiunque altro, perché per forza di cose i discorsi ruotano spesso e volentieri attorno a Zigulino e magari qualcuno può sentirsi infastidito. Ma poi ho anche pensato che, che cavolo, stiamo vivendo un'esperienza enorme e meravigliosa ed è giusto e normale che i nostri pensieri siano sempre lì. Non vogliamo certo essere assillanti, sappiamo di non essere gli unici al mondo, ma per noi è tutto speciale e unico, proprio perché ci riguarda, e chi ci vuole bene davvero può solo essere felice per noi.E se per caso siete annoiati perché i miei post cadono spesso in quella direzione...aho. Ma che vi frega?
La terza, un po' più sciocca ma forse anche no, è che mi capita, talvolta, di fare pensieri pesanti dettati, credo, da momenti di confusione totale, in cui si mischiano realtà e paranoia, cose che vorrei dire e cose che è bene tenersi per sé, fantasmi e prospettive tangibili, rimostranze lecite e stronzate abissali. E in tutto questo, se provo a guardarmi con un minimo di obiettività, mi sento cattiva, capricciosa, un po' fuori fuoco e fuori bolla, ecco. Quindi non ho intenzione di riversare il minestrone in questo blog, dove chiunque potrebbe fraintendere. Sono discretamente certa del fatto che tutto ciò nasca come scia della mia reclusione forzata, durante la quale i miei rapporti sociali si sono pressoché azzerati e la mia finestra sul mondo è stata unicamente virtuale, senza un vero e proprio contatto con le persone. Perciò, nel mio sforzo di dover interpretare il tono e il senso di un messaggio -o di un non messaggio- , per esempio, ho lasciato vagare la fantasia verso significati che magari sono lontani anni luce dalla veraverità. 
Per fortuna Ric è capace di riaccompagnarmi sulla Terra restituendomi un briciolo di lucidità, senza farmi per forza sentire uno schifo ed evitandomi di attaccar briga o addirittura litigare con persone amiche. Mi sono limitata a litigare -finalmente!- solo con la vecchia. Yes. I'm serious. I did it. (Coming soon, su questi schermi).
Tutto questo, comunque, è destinato a tornare ad un livello di guardia assolutamente trascurabile: per il terzo ed ultimo trimestre ho vinto il ritorno ad una vita assolutamente normale, eccezion fatta per il lavoro, purtroppo. 
Quindi posso smettere di attendere con ansia il momento di visite e analisi, beceri pretesti per mettere il muso fuori casa.
Posso dedicarmi alla preparazione del nido per Zigulì insieme a Ric e fare siòpping sconsiderato con Mathre e Pathre.
Posso essere di nuovo quella compagna che mi piace essere, solo un po' più voluminosa.
Posso godermi al 100%, senza troppe paure, questi ultimi mesi.
Posso tornare ad imparare l'italiano corrente, dato che mi sembra di aver dimenticato come si parla e come si costruisce un discorso logico e coerente. Dislessia portami via, proprio.
E soprattutto posso muovere le chiappe e dormire più serena.
Alleluja.
In sintesi, sto bene. Benissimo. Finalmente l'espressione "dolce attesa" ha un senso anche per me.


sabato 22 dicembre 2012

...solo non si vedono i due liocorni.

Intanto, che cacchio sono i liocorni, mi chiedevo? Niente di strano, è solo un altro modo di chiamare gli unicorni.
Peccato, comunque, che manchino all'appello proprio quelle due bestie. 
Perché tutto il resto del regno animale è diventato protagonista indiscusso delle mie notti, alternandosi a casaccio con sogni decisamente VM18 e tirate ininterrotte di ronfaggine senza alcuna attività cerebrale registrata.
Partiamo dal fatto che per me addormentarmi sta diventando una vera e propria sfida. Un po' perché, stando a casa tutto il giorno, non è che io arrivi stanca a sera...cioè...oddio...non da crollare, insomma. Un po' anche perché ormai la mia posizione prefe, a pancia in giù, distesa come una stella marina, mi è diventata impossibile da assumere, quindi ci metto un bel po' prima di sentirmi comoda e rilassata. Secondo la ginex non esiste una posizione ottimale per il bene del bambino: dice che se sto comoda io sta comodo anche lui, così come se sta scomodo lui, farà in modo di far sentire scomoda anche me. A pancia in su non va bene, perché Zigulì pesa sul resto degli organi, già maltrattati a sufficienza, e il tutto mi schiaccia sulla spina dorsale. Mi restano quindi due opzioni: fianco destro o fianco sinistro? L'indecisione mi porta a dondolare in modo assai poco aggraziato da una parte all'altra, ché non è mica più tanto facile girarsi, soprattutto perché devo evitare di sforzare la zona addominale...devo farlo in almeno tre tempi: piedi e gambe - testa e spalle - culata di stile et voilà. Con un balletto degno delle gemelle Kessler e Don Lurio la pancia è piazzata. Ma poi mi rendo conto che le mie ginocchia si toccano tra loro (cosa che mi manda in bestia) quindi cerco di metterci prima una mano, ma non va bene perché mi si ferma la circolazione. Allora provo con le coperte, ma ancora non sono soddisfatta. Ci infilo un cuscino ma poi mi accorgo che me ne servirebbe un altro da tenere davanti a me, per appoggiarmici con il torace...allora via, ci riprovo e mi rigiro...una, due, tre, millemila volte, finché, stremata, decido di ignorare quel leggero crampetto su una coscia e tento di dormire, sperando di non aver disturbato Ric, che il mattino deve svegliarsi all'alba per andare al lavoro. In realtà lo disturbo sempre ma lui si è lamentato solo una volta, sostenendo affettuosamente che l'unica differenza tra me e un'elefantessa è la durata della gestazione. Temo che abbia ragione.

Elefantessa...ah sì, gli animali dunque. Ovvero, la mia incredibile attività onirica.
Una volta riuscita ad addormentarmi, faccio sogni decisamente più bizzarri del solito. Non lo credevo possibile, posso vantare un elenco sterminato di sogni al limite della follia nonché la maledizione che mi porta a ricordarmeli sempre, semprissimo.
Il must di questi ultimi tempi -quando, come dicevo sopra, gli ormoni non mi annebbiano la psiche o il mio cervello va in standby definitivo- sono gli animali.
Nello specifico: un cucciolo di caimano con mandibole a serramanico; un coniglietto nano accucciato in un nido di uccellini; una specie di colibrì azzurrino parlante; un condor con un collare e un cappellino di paglia; un enorme pellicano spennacchiato; e poi, immancabili, gattini come se piovessero gattini. 
Tutti questi animali, a parte i gattini e il colibrì, sono accomunati da una caratteristica ben lontana dal loro istinto naturale: stanno fermi, tranquilli, mezzi addormentati. Solo il pellicano mi ha dato impressione di essere fermo perché malaticcio e solo il caimano si è calmato dopo aver tentato di mordicchiarmi. E a dire il vero pure io, in questi sogni, non mi sento turbata più di tanto dalla presenza di questi animali.
Ora...mi pare più che ovvio che la loro immobilità nasca dal mio stare addivanata tutto il giorno, in serena attesa, come loro, che il tempo passi. Allo stesso modo, come il pellicano sembrava malato -sensazione che ogni tanto tocca anche me, pur non essendolo veramente- e come gli altri animali si muovono vivaci o tentano di farlo - cosa che, appunto, è il mio grande desiderio di ora-, tutto sembra una semplice interpretazione di ciò che vivo ogni giorno.
Quello che mi chiedo è: perché gli animali? E perché proprio QUESTI animali? Non bastavano davvero più i gattini? Ma soprattutto: perché il condor ha un cappellino di paglia? E come ci è arrivato il coniglietto nel nido?
Forse il mio inconscio mi sta invitando a guardare più documentari anziché le puttanate sul cake design, gli abiti da sposa, i lavori sporchi o i mille modi di morire da idioti?
Che qualcuno mi aiuti ad interpretare questa pazzia. O almeno, suggeritemi dei numeri da giocare.
Io intanto aspetto con trepidazione i due liocorni...





lunedì 10 dicembre 2012

L'ormone della stronza.

Sì, sono stata ricoverata una settimana e sì, devo stare a casa, a letto, mummia il più possibile fino almeno alla prossima visita, che sarà tra minimo altri 7 giorni.
Mi sto lamentando? No, non credo. 
Chiaro, non è che io me la stia spassando, anche se tutti mi dicono «Approfittane per riposarti» e in realtà ti riposi i primi quattro o cinque giorni di assoluto far nulla, poi cominci a romperti i coglioni. Ecco, l'ho detto.
Il vero problema qual è? 

Non le botte ormonali che mi fanno apparire come una pazza psicolabile che un attimo ride senza motivo e l'attimo dopo si trova a singhiozzare in un mare di lacrime, altrettanto senza motivo. 
Non la lecita preoccupazione che c'è, è lì, sta sul fondo ma cerco di ignorare il più possibile, anche se il rischio di rimanere reclusa fino a maggio è reale -per non parlare del rischio, ancora presente, di perdere il bambino, ma a questo non voglio proprio pensare-.
Non le millemila domande che mi faccio e alle quali cerco di rispondermi da sola perché, oh, a casa son da sola...non è che il mondo si ferma perché io sono sfigata. E per l'appunto il mondo continua a girare e con lui le mie palle, visto che praticamente la mia vita è in standby mentre là fuori...è là fuori e io non ci sono.
Non il fatto che per una volta nella mia vita speravo di meritarmi una cosa bella senza per forza dover superare prove degne di un cavaliere medievale (vabbeh, questo un po' un problema lo è...perché c'è gente che ha avuto-ha-avrà sempre tutto facile e, se mi è concesso, un paio di interrogativi sui movimenti cosmici mi sorgono spontanei).
Non è neanche il fatto di sentirmi veramente da schifo, in questo momento, come donna -costretta in pigiami gentilmente offerti da Mathre, mentre vorrei almeno vestirmi da persona normale MA non ho più nulla che mi vada perché la pancia ormai è evidente e, ça va sans dire, non posso mica uscire a fare siòpping-, come compagna -servita e riverita dal mio uomo che forse si chiede chiccazzogliel'hafattofare-, come mamma -questa è paranoia- e anche un po' come amica -di persone che, volenti o nolenti, alimentano i miei sensi di colpa-.

Tutto questo è facilmente superabile con una puntata di una serie tv idiota e un ferrero rocher. Il che probabilmente alla lunga mi porterà a diventare una balenottera azzurra da guinnes, ma non è neanche questo il problema.

Il problema è quel "tutti mi dicono" cui ho accennato sopra.
Tutti si sentono autorizzati a dare la propria opinione, anche quando questa è fondata su...nulla. Perché non lo sanno cosa mi sta passando per la testa, non sanno che basta una parola messa al posto sbagliato per mandarmi in pappa il cervello, non sanno semplicemente perché non hanno mai vissuto niente del genere. Però oh...«è successo anche ad una mia amica». Ah beh...allora.
Non sto rimproverando nessuno, ci mancherebbe. Comprendo e apprezzo i tentativi di rincuorarmi e di starmi accanto, non sono mica un mostro di insensibilità.
Però davvero, non fate neanche lo sforzo di pensare a cosa sia meglio dirmi o consigliarmi, perché tanto in questo momento faccio affidamento solo sul mio istinto primordiale, sul parere della mia ginecologa e sulle dritte di Mathre, la quale, almeno, quando sa di non sapere, mi rimanda tranquillamente alle prime due opzioni. Se proprio volete rendervi utili, fate come Suocera che mi stira il bucato e mi prepara le bontà, come Cognata che mi manda libri da leggere, come Zazu che mi porta un croissant a colazione o come le amiche che mi parlano di cose qualsiasi e mi fanno ridere.

E se questo vale ora che, tutto sommato, la gestione della situazione è semplice semplice -devo stare ferma, amen-, ancora di più varrà quando Zigulì nascerà e cominceranno le tiritere di "secondo me", "ma sei sicura che", "ho letto su un articolo che", "la mia bisnonna diceva che".  Fermi. Ve lo dico già ora: non me ne fregherà uno stracazzo di niente a meno che il parere non sia ufficialmente richiesto da noi in quanto genitori alle prime armi. Tutto il resto risparmiatevelo, davvero, se non desiderate una rispostaccia.

Ah, non l'ho scritto che le botte di ormoni a volte mi fanno anche diventare incredibilmente più stronza del solito?

sabato 10 novembre 2012

Come ti rivaluto l'infermiera.

Non ho mai avuto un buon rapporto con le infermiere, escludendo quelle che, prima di essere infermiere, sono amiche. Tutte le altre appartenenti alla categoria, diciamocelo pure, non le ho mai digerite. E non solo per motivi passionali, che logicamente a chiunque conosca me e i miei trascorsi verrebbero in mente. No no.
Il mio è un disprezzo ancestrale.
Durante il travaglio che mi avrebbe portata alla luce, Mathre provava dei dolori inenarrabili e chiese a mia nonna se fosse normale che la Monty Pythiana "macchina che fa PING" non desse segnali di vita. L'infermiera di turno le disse di non fare tanta scena, che se la "macchina che fa PING" non segnalava nulla significava che le doglie non erano ancora così forti e che il peggio doveva ancora arrivare. Nel momento in cui Mathre pensò che dolori più forti di quelli non sarebbe stata umanamente in grado di sopportarli, qualcuno si rese conto che l'infermiera non l'aveva accesa, la maledetta "macchina che fa PING", e che quindi Mathre era all'apice delle contrazioni. E infatti di lì a poco nacqui io. 
Questo racconta Mathre e io mi fido.
Negli anni, per la mia abitudine a farmi ricoverare spesso e volentieri, ho avuto a che fare con altre mille infermiere e non ho avuto modo di ricredermi.
A partire da quell'infermiera che mi fece l'anestesia prima di essere operata alle tonsille e si mise con la faccia sopra di me, che ero nel pieno dello svarione, a guardarmi mentre mi addormentavo. Le allucinazioni mi stamparono in testa il suo volto che piano piano si deformava a mano a mano che io scivolavo nell'oblio, come una bambola che si scioglie al calore di una fiamma viva. Da allora quell'immagine ha tormentato il mio sonno per anni e se me la ricordo nitidamente ancora adesso significa che il trauma c'è stato, e anche bello forte.
Poi c'è stata la serie delle infermiere che mi hanno assistita durante le analisi per i reni, delle vere stronze d'antologia, e le macellaie dei prelievi del sangue. A seguire i racconti di chi in quel mondo ci lavora e mi ha presentato miti e leggende sulla categoria che non voglio neanche riportare.
L'ultimo contatto urticante un mesetto fa, quando sono andata a trovare Socera in ospedale dopo un incidente. Avevo ingenuamente appoggiato le mie chiappe stanche sul suo letto, per chiacchierare accanto a lei, e un'infermiera mi ha cazziata senza tanti complimenti, con la stessa cortesia che avrebbe usato un Hitler con le emorroidi. Ora, aveva anche probabilmente ragione (anche se qualcosa da ridire l'avrei ancora ora...) e io rispetto il lavoro e il ruolo di tutti, ma c'è modo e modo di rivolgersi alla gente e tu, cara la mia frustrata dell'est, hai appena contribuito ad incentivare la mia pessima idea su di te e le tue colleghe.

Fino a tre sere fa, quando una visita non prevista al pronto soccorso mi ha restituito la dovuta stima verso il genere infermiera.
Sono arrivata lì in preda al panico, gocciolante sangue e terrorizzata all'idea che stesse succedendo qualcosa di brutto al mio piccolino. Mi ha accolta LEI, un'infermiera giovane e gentile che mi ha fatta sdraiare e ha cercato di spiegarmi con calma che avevo sbagliato ospedale, che dovevo andare al pronto soccorso della maternità. Mentre mi misurava la pressione è arrivato un dottore a caso, chiamato da lei, per rassicurarmi. Poi dopo essere andata a cercare un'ambulanza -che non era disponibile- si è messa accanto a me nell'attesa che arrivasse Ric con la macchina per portarmi nell'altro ospedale. E in quel momento l'ho guardata e ho visto che era sinceramente provata da quello che mi stava succedendo: «Ci sono passata anche io, so come ti senti. Tremi come una foglia, piccola...se vuoi piangere, piangi...anzi mi sa che tra un momento piango io...». Ed era vero, stava per piangere perché evidentemente sapeva perfettamente cosa mi passava per la testa. Poi è arrivato Ric e lei, mentre ce ne andavamo di corsa, mi ha fatto promettere che l'avrei tenuta informata sugli sviluppi.

Dopo la visita del ginecologo, dopo aver visto che Zigulì era lì zampettante nella pancia che se la nuotava senza problemi, dopo aver vinto una settimana di riposo assoluto e dopo essere uscita dall'ambulatorio ed essermi resa conto che con me non c'era Mathre, né un'amica, ma ben 5 maschioni visibilmente shockati (Ric e i Doshin tutti, dato che il patatrac è successo mentre provavo con loro...si vede che a Zigu la nostra musica non piace molto)...dopo tutto ciò ho pensato a lei. A quell'infermiera di cui assolutamente non avevo registrato il nome ma che era stata così preziosa per me in quei momenti di terrore totale.

Per fortuna quel mondo infernale che è facebook mi ha aiutata a farle avere il mio messaggio di sentito ringraziamento e così ho scoperto che lei, mentre mi trovavo nell'altro ospedale, monitorava le mie condizioni tramite la rete interna. 
Insomma, una persona davvero speciale. Un'infermiera con i controfiocchi.
Alla faccia di tutte le altre che di infermiera hanno solo il camice e il titolo sul tesserino.