sabato 21 aprile 2012

Maneggiare con cura.







Oggi sono andata con Mathre e Pathre al mercatino dell'usato. No, non ho cercato di venderli, semplicemente ho passato un mezzo pomeriggio con la mia famiglia, anche se ho avvertito forte forte la mancanza di mio fratello.
Ho ciondolato per le bancarelle riflettendo su come il concetto di "Vintage" sia appioppato ad ogni sorta di cianfrusaglia inguardabile, tanto che il confine tra ciò che è veramente vintage e ciò che semplicemente è roba vecchia diventa sempre più sottile.
Mi sono persa a spulciare tra i dischi e i libri, senza però trovare qualcosa di realmente sfizioso.
Ho chiacchierato con una signora che vendeva i "sonagli chiama angeli" e sulla loro origine legata alle donne incinte messicane.
E poi, mentre osservavo un pelouche tutto smangiucchiato dal tempo che assomigliava vagamente a Coccolino, ho sentito un rumore di qualcosa di molto fragile che si frantumava a terra. Mi sono voltata verso l'origine di quel suono e ho visto lui: un bambino sui cinque anni che con lo sguardo colpevole fissava a terra il danno appena provocato. In un microsecondo il padre gli ha ficcato un sonoro schiaffo sulla mano assassina e la madre si è chinata, mortificata, a raccogliere i cocci. Lui, il bambino, è rimasto senza fiato, immobile, impassibile. Neanche una lacrima, neppure una smorfia di disappunto. E io ho percepito perfettamente i suoi pensieri.
Quando avevo circa quattro anni, i miei genitori ebbero l'infelice idea di portarmi con loro in un negozio di chincaglierie per la casa. Un paradiso, per me, così piccola e naturalmente attratta da quelli che ai miei occhi erano tanti giocattolini colorati. Prima di entrare lì, però, Mathre ebbe lo scrupolo di invitarmi a non toccare nulla. Siccome ero una bambina obbediente, mi limitai a guardare quello spettacolo sberluccicante.  Ma avevo un congenito debole per gli angeli e, guarda caso, lì ce n'era un'intera collezione della Thun in esposizione. Manco a dirlo, già allora costavano un occhio della testa, ma io non ne ero per nulla consapevole. Probabilmente in quel momento mi spuntarono sulle spalle le mie due coscienze, quella buona e quella monella. La buona mi ricordava le parole di mia madre "Non toccare...non toccare...". Ma quella monella si impegnò per essere più accattivante: "Guarda che guanciotte morbidose ha quell'angioletto lì...sì...quello più grande di tutti...non vorresti pacioccarlo un po'?". Va da sé che non seppi resistere alla diabolica tentazione. Allungai la manina e appena le mie dita sfiorarono l'angioletto, quello cadde, come a rallentatore, fracassandosi in mille pezzi ai miei piedi. Non ricordo esattamente cosa accadde dopo, ma i miei genitori dovettero comprare l'angelo che avevo appena ucciso e con ogni probabilità io mi presi un girone stellare, dato che in seguito, per ANNI, ogni cosa che mi scivolava dalle mani e finiva per rompersi mi faceva scoppiare in un pianto irrefrenabile. E ancora adesso, se capita che la mia proverbiale goffaggine mi faccia cadere un qualsiasi oggetto fragile, ho quei dieci secondi di smarrimento cosmico.
So che quel bambino, oggi, si è sentito così. E mi sono dovuta trattenere, perché volevo andare da lui e dirgli che lo capivo perfettamente e che, tra qualche anno, quei cocci saranno ancora lì, in bella vista sul caminetto, perché suo padre, con pazienza infinita e un tubetto di attack, avrà riparato il danno. E che quando avrà trent'anni e rivedrà una scena simile, riderà con i suoi genitori ricordandosi "quel giorno in cui scoprì che le cose fragili vanno maneggiate con cura perché si rompono, ma anche che poi l'amore e la colla le possono riaggiustare".

mercoledì 28 marzo 2012

Il cielo lo sapeva.

Era il 27 marzo. Non il 28, non il 26. Era proprio il 27 marzo.
Ed era domenica. 
Una domenica qualsiasi di una Primavera appena nata. 
In tutti i sensi.
C'era una piazza, c'era un sole un po' nascosto dietro le nuvole.
C'erano poi due persone che quel pomeriggio non avevano nulla da perdere.
C'era un'attesa, ma neanche tanta, perché era stato tutto improvvisato.
Semplice come non mai. 
«Ci vediamo?» «Ok». 
Tutto lì.
Un caffè e un succo di frutta.
Parole e parole. Forse scelte con cura, forse no. 
Forse semplicemente lasciate andare.
E poi le strade, percorse migliaia di volte ma mai insieme.
Il resto del mondo semplicemente stava a guardare. 
Cominciò a piovere. 
Una pioggia leggera, fresca, melodiosa. 
Una pioggia che scatenava i profumi di una nuova stagione.
Una pioggia che lavava via tutto ad ogni goccia.
Non sapevano cosa sarebbe accaduto dopo.
Non sapevano che si sarebbero di nuovo cercati, sempre più spesso, con ogni scusa possibile.
Non sapevano che non sarebbero più stati in grado di stare l'uno senza l'altra.
Non sapevano che non avrebbero più parlato al singolare.
Ma il cielo sì. Il cielo lo sapeva.



venerdì 9 marzo 2012

Balconerie...



La lavatrice mi fotte sempre i calzini. Per quanto io mi impegni a metterli a lavare in coppia, ne sbuca sempre qualcuno spaiato. Tre, questa volta. Ed è poi per questo che giro con le calze di colore - se non addirittura di tipo - diverso.
Comunque...oggi mentre stendevo mi sono resa conto di quanto questa attività casalinga sia una spudorata esposizione della propria privacy e di quanto sia antropologicamente divertente immaginare la vita che scorre oltre i cavi appesi al balcone, nelle case dei dirimpettai. Un po' come quando si spia nei carrelli della gente per crearne un ipotetico identikit. Ok, ho messo il verbo impersonale come se fosse un hobby comune, mentre mi sa che certi problemi li ho solo io...
Tant'è, sempre oggi ho fatto una radiografia del vicinato.
Nel mio condominio le operazioni di stendaggio sono regolari, oserei dire quotidiane [ovviamente io mi escludo] e assai stereotipate.
La simpatica vecchia di sopra - quella che si alza di notte ad intervalli che spaccano il minuto e che quando è sul balcone chiama i miei gatti, inconsapevole di incitarli al suicidio - fa grandi bucati di cotoni bianchi. Lenzuola che sventolano come vele pirata e che puntualmente mi oscurano la visuale della camera da letto oppure fazzoletti/asciugamani che cadono sulla mia proprietà, costringendomi spesso a farle visita per restituirglieli.
Data l'epidemia di alzheimer che dilaga in questo stabile, anche con lei i dialoghi sono sempre gli stessi:
«Driiiiin!»
«Chi è?»
«Sono l'inquilina di sotto!»
«Chi?»
«Signora, guardi dallo spioncino...»
«Ah sei tu! [mi apre la porta]...come stai? Dove insegni quest'anno? Sai che mio figlio ha due lauree? Certo che non ci sono più i giovani di una volta...»
«Eh sì signora, ha ragione, i giovani di una volta ormai sono i vecchi di oggi!» [questo lo penso sempre ma non lo dico mai].
«E tu dimmi...quel tuo fidanzato? Ascolta me, non ti sposare mai!»
[sono anni che me la jetta...] «Vabbeh, signora...le ho riportato le...mutande formato famiglia di suo marito che sono cadute sul mio balcone...»
«Ah non me ne ero neanche accorta! Grazie! Ma entra, vieni, vuoi un cioccolatino?»
«No grazie» [ci son già cascata una volta e ho dovuto fingere di andare matta per quegli ovetti risalenti all'età rinascimentale. Avevo recitato bene, però, tanto che me ne aveva messi cinque o sei in mano con la raccomandazione di mangiarli prima che si sciogliessero].
«Ma sarai mica a dieta! Dai su...» e mi trascina in casa senza sentire ragioni finché non riesco a divincolarmi e a tornare al sicuro nel mio appartamento, con l'ennesima scorta di cioccolato.

La vecchia vicina spaccamarroni, invece, stende solo stracci e, raramente, qualche pantalone della vittima sacrificale che è suo marito. In effetti lei è sempre vestita uguale. Ma avrà una casa linda che più linda non si può. Un giorno ho avuto la sciagurata idea di stendere un accappatoio senza mollette e, ça va sans dire, il vento me l'ha buttato in giardino. Tornata a casa da scuola, la vecchia mi ha placcata come suo solito sul pianerottolo:
«Hei tu!»
[Heulla, cos'è sto gergo giuovanile?] «Sì?»
«Hai mica perso qualcosa?»
«Ehm...non lo so...cosa avrei dovuto perdere?»
«Non ti manca niente?»
«Signora, non lo so...ha trovato qualcosa di mio?»
«Non ti sembra che ti manchi qualcosa?»
[Mmmmmh...fastidiosaaa...] «Signora, vogliamo star qui tutto il pomeriggio o mi dice di cosa sta parlando?»
«Vado a prendertelo neh...»
[Ma cosa? Cosa per dio?] e si allontana con quel passo rapido da scolopendra.
«Ecco, è tuo questo?»
[Come se non lo sapesse che è mio] «Sì grazie!»
«Ti è caduto in giardino...te l'ho preso io perché magari qualcuno te lo rubava.»
«Eh, sì...è pieno di gentaglia cattiva in questo condominio che non vede l'ora che il mio accappatoio di Hello Kitty mi cada dal balcone per rubarmelo...»

Per completare questo quadretto, proprio dirimpetto ammè, nel condominio di fronte, abita il figlio di suddetta vecchia spaccamarroni, tale Amadeo o qualcosa di simile. Un zitellone sulla quarantina che intreprende dialoghi dal balcone con sua madre che, come tutti ormai sappiamo, ha sviluppato un radar precisissimo che capta ogni movimento altrui e gli parla – urlando – rendendo partecipe tutto il quartiere delle questioni di famiglia. Lui, di tutta risposta, mugugna senza darle troppa corda e credo che per evitare questo teatrino abbia preso l'abitudine di stendere di notte. Il suo bucato? Neanche a dirlo: completi e camicie identici. Stesso taglio, stesso colore, stessa noia mortale. Ecco, la sua vita un po' me la immagino così: grigina e monotona. Però chissà, magari dietro quel balcone succedono cose che noi umani, e soprattutto la vecchia, non possiamo neanche immaginare...festini in maschera, tornei di pallavolo, cene etniche...magari il costume da Batman il povero Amadeo si limita a stenderlo dal lato opposto, fuori dallo sguardo di mammà.

Poco tempo fa, però, ho notato una cosa affascinantissima. Nel lato del condominio che dà sul cortile interno si è installata una famiglia che ha dipinto le pareti del salotto di un colore che solo io pensavo di poter sopportare nella zona giorno di una casa. Li ho adorati, così sulla fiducia, quelle sere in cui sul balcone troneggiavano barattoli di vernice e bottiglie di birra vuote. E poi hanno steso lui: il bucato esposto in scala cromatica. Se si tratti di arte contemporanea urbana o di sintomo ossessivo-compulsivo non lo so, ma è sempre una gioia tornare a casa e vedere quell'arcobaleno di t-shirts e asciugamani.

La stessa gioia che ho provato l'estate scorsa, quando quelli del piano di sotto sono andati in vacanza e hanno lasciato la figlia - una ventenne supercarenata superfashion supertutto - a casa con il fidanzato che, neanche a dirlo, si è trasferito da lei. Dopo giorni di romantica reclusione, hanno steso lenzuola e biancheria intima. Che fighi. 

Ora con queste giornate di sole sarà un tripudio di bucati svolazzanti. E mi sa che questa volta toccherà anche a me.



lunedì 6 febbraio 2012

Foreverendever...

In questi giorni, per una qualche congiunzione astrale che ignoro, abbiamo visto diversi film che ci hanno lasciato una disillusione pazzesca. Gira e rigira c'era sempre una coppia scoppiata: il marito che tradisce la moglie, o viceversa, amori che si spengono, tanti saluti e arrivederci.
Ora, la domanda sorge abbastanza spontanea: si può davvero stare con la stessa persona tutta la vita?
Partiamo da qui: il 2011 è stato l'Anno Domini dei matrimoni di nostri amici. Chiara&Pascal, Arianna&Luca, Loris&Bettina, Marco& Francesca, Francesca&Thierry. Cinque coppie che hanno alle spalle una decina di anni di fidanzamento, convolati in felici unioni che hanno fatto nascere un po' di invidia, forse, in noi che non siamo una coppia storica e in me, che di storico ho solo delle inculate mostruose. Non so cosa significhi stare con una persona per più di tre anni e in questo probabilmente parto avvantaggiata, perché ho vissuto sulla mia pelle esperienze ed errori che magari, a quarant'anni, mandano a puttane una famiglia. Di contro, non so da cosa possa nascere una crisi sul lungo periodo, non so in che modo reinventare un rapporto decennale e comunque sono ancora lontana da quel momento. Ma anche se ho davanti agli occhi esempi di matrimoni che vanno in frantumi per i più disparati motivi, non ho mai smesso di credere che si possa amare la stessa persona foreverendever. Questo perché, per mia innata tendenza, guardo ai modelli negativi ma mi aggrappo di più a quelli positivi.
Insomma...nella vita può capitare di tutto. Può capitare che in un momento di crisi un'altra persona attiri il nostro interesse, può capitare che ci si trovi a non condividere più nulla, può anche semplicemente capitare che l'amore finisca e basta, senza un motivo reale. Però capita anche che si incontri la persona giusta e che, per fortuna o per destino, lei veda in te la persona giusta per sé. Allora perché si deve per forza pensare al fatto che prima o poi arriverà la noia, che ci sarà una crisi, che niente può durare per sempre? Cos'è, abbiamo almeno una decina di amici totalmente rincoglioniti che si sono sposati tanto per fare?
Ma soprattutto, perché bisogna per forza farsi delle paranoie che rovinano il momento presente? Voglio dire, nessuno ha la ricetta per il rapporto perfetto ed eterno. Nessuno l'ha avuta mai. Eppure questo non ferma le coppie che intraprendono un percorso di vita insieme.
Le minacce che possono presentarsi arrivano sì dall'esterno, ma hanno motivo di essere considerate tali solo se c'è qualcosa all'interno che già scricchiola. Tanto per dirne una, l'interesse per un'altra persona -quella che porta al tradimento, per intenderci- nasce quando manca qualcosa alla base della coppia, perché altrimenti di un'altra persona non ci si accorge manco per il cavolo.
E allora, come si fa per evitare che quel qualcosa arrivi a mancare? Non lo so. Forse talvolta è solo sintomo di una coppia che non è fatta per stare insieme.
Se invece non si può proprio fare a meno di pensare che tanto, prima o poi, tutto finisce, allora è inutile, se non addirittura dannoso, cominciare una storia e limitarsi a vedere come va.
Non sono una fanatica dei dogmi, ma sono rimasta affascinata dall'insegnamento ebraico, che definisce il matrimonio come un' ALLEANZA. In senso più ampio credo che questo abbia senso per i rapporti di coppia in generale, non solo per il matrimonio. Non si tratta dunque di una semplice unione o fusione. Un'alleanza è qualcosa di più vincolante, certo, ma presuppone anche un ottimo livello di complicità, di obiettivo comune, di collaborazione, di coscienza reciproca. Non riesco neanche a definire il concetto in tutta la sua forza, ma credo proprio che sia questo il segreto.

Insomma, tutto 'sto blabblabblero per dire cosa?
Non me ne frega un cazzo se c'è gente che si tradisce, che molla la famiglia per andare dietro a qualcosa che lo fa sentire più vivo, più giovane, più figo.
Non me ne frega un cazzo se a lungo andare ci si annoia, si diventa meno attraenti, si affievolisce l'amore e si comincia solo a volersi bene.
Non me ne frega un cazzo se non ho incontrato l'uomo della mia vita dieci anni fa e non posso vantarmi con le amiche di essere una coppia consolidata.

Ci sono persone che si amano da anni e non hanno mai smesso. Ed esistono davvero, non me le sono inventate io. Così come ci sono persone che si amano da dieci mesi e vogliono fare in modo che sia per sempre. E se poi i film preferiscono ritrarre vite e amori infelici amen. Magari ricominciamo a guardare i cartoni della Disney che è meglio.


mercoledì 1 febbraio 2012

The Eraser.

Nella mia totale ingenuità, o idiozia che dir si voglia, ho perso 4 anni di scritti. Non tutti, ma la maggior parte. L'ho scoperto oggi e l'unica reazione che sono riuscita ad avere è stata scoppiare in lacrime.
Quasi tutte le mie storie, i resoconti delle avventure scolastiche, le pagine confessional-diaristiche, i pensieri affidati alle parole...via, scomparsi per sempre. Non sono Dino Campana perciò non posso certo affidarmi alla mia memoria per ricostruirne almeno i frammenti più importanti. 
Riccardo mi ha detto che forse è un segno del destino, che saprò scrivere cose ancora più belle. Un po' gli credo, ma un po' anche no, perché quelle pagine erano state buttate giù di getto, dettate da emozioni che non vivrò mai più nella loro unicità, quindi perse irrimediabilmente. 
Mi sento come se mi avessero privata di una parte di me. 
Di fatto, quella ERA una parte di me, probabilmente la più significativa.
Però forse è vero...forse questo mi aiuterà a restituire al mio passato il valore che merita. Ciò che è rimasto scalfito in me tornerà a galla, in un modo o nell'altro. Il resto rimarrà sepolto come se non fosse mai accaduto.

mercoledì 4 gennaio 2012

Buon anno un cazzo.

Cosa succede quando ti crolla il mondo addosso? 
O meglio, cosa succede quando tutto il TUO mondo, basato su quelli che credevi saldi punti di riferimento, se ne va così, da un giorno all'altro, a puttane?
Niente. Non succede assolutamente niente. Non al resto del mondo, per lo meno. Quel resto del mondo che non sa che il sorriso che sei solita regalare, in realtà te lo sei buttato in faccia per nascondere l'implosione che ti sta mangiando le viscere.
Delusione, Disgusto, Rabbia e Seria Preoccupazione. Più una goccia di Disillusione, che non guasta. 
Questi i miei demoni ora. 
Queste le mani che stritolerebbero il cuore di chiunque venisse a scoprire che la persona della quale mai avrebbe dubitato al mondo in realtà non è così infallibile come si credeva.
Che è capace di mentire.
Che fa deliberatamente soffrire chi invece la ama.
Che non si rende conto delle conseguenze a catena di un gesto diventato ormai talmente diffuso da non scandalizzare neanche più chi ne sente parlare, ma che può far morire di dolore chi lo vive sulla propria pelle.
Presente il trauma?
Non so, come se ti venissero a dire che Superman nel tempo libero picchia i bambini. Uguale. E anche se tu per primo una volta nella vita l'hai fatto, hai picchiato dei bambini...Superman no, cazzo. Lui no!
Ti rimane solo quel briciolo di lucidità per dire che non è il mondo, non è la vita a fare schifo, ma sono le persone. Alcune. E che Superman non esiste.
Questa volta, però, dato che il mio coinvolgimento è "solo"parziale, mi trovo pure disarmata. E anche se i pensieri svolazzano proiettandomi le peggio cose, mi rendo conto che posso solo incrociare le braccia e aspettare di vedere cosa succede. Anche se il mio essere leggendariamente impulsiva mi porterebbe ad agire, non lo posso fare.
Perciò, schiaffeggiandomi le mani per evitare di interferire, cerco di dissolvere la confusione che mi sta offuscando la mente e di capire se posso trarre qualche insegnamento da ciò che sta capitando.
Non voglio che vadano in frantumi le aspettative per la MIA vita. Non posso permettere a niente e nessuno di farmi arrivare a tanto. Però è difficile, dato che chi mi ha aiutata a costruire quelle aspettative nel corso degli anni ora mi è caduto così in basso da rendersi irriconoscibile ai miei occhi.
Non voglio perdere la fiducia nell'essere umano, né nell'Amore. Perché non è giusto e soprattutto non sarebbe da me.
Non voglio arrivare a pensare che il percorso di ciascuno sia inevitabilmente segnato da tappe che tutti prima o poi raggiungono. Non sono gli errori che insegnano cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma le loro conseguenze. Io questa lezione l'ho imparata bene, sbagliando a mia volta e pagandone il prezzo ancora oggi. Però speravo di non dover più avere niente a che fare con questo "genere di cose che capitano a tutti almeno una volta nella vita". E invece no. Sorpresa. 
Non voglio che tutto ciò che ho per le mani venga condizionato da questo evento. Perché io non me lo merito, Noi non ce lo meritiamo. Dobbiamo solo essere bravi nel far tesoro dell'ennesima esperienza, in modo da avere sempre più coscienza delle nostre scelte e della strada che percorriamo.
Non voglio dovermi schierare da una parte o dall'altra. Io non voglio giudicare, intervengo solo se mi viene richiesto, cerco di tutelare me e chi di me ha bisogno. Ma la mia vita è qui e sta andando in una direzione ben precisa. Tutto il resto, tutto ciò che non supporta ma distrugge, voglio che stia alle spalle e non mi intralci. Anche se si tratta di cose e persone che mi hanno fatta diventare quella che sono. Grazie per la dedizione, grazie di tutto, davvero, ma ora fatevi da parte e pensate alla vostra, di vita.
D'altra parte me l'avete insegnato voi a cavarmela in ogni situazione. 



giovedì 29 dicembre 2011

Miss Migraine





Eccoti mia compagna di vita, amica Emicrania. 
Hai deciso di farmi visita ieri sera e, come un'ospite invadente e rumorosa, mi hai accompagnata per tutta la giornata. Per la prima volta dopo un po' di tempo ho provato a cacciarti con quelle gocce demoniache che prendo solo dopo giorni di incessante martellamento, ma oggi volevo stroncarti sul nascere. 
Missione fallita. 
L'unico risultato ottenuto è uno stato catatonico che mi ha abbruttita sul divano tutto il giorno, mentre attorno a me la vita continuava a scorrere.
Credo di detestarti, sai?
Perché quando arrivi mandi all'aria tutti i miei piani, rendendomi apatica, totalmente incapace di qualsivoglia azione e, al peggio, desiderosa di una lobotomia irreversibile. Mi rubi del tempo prezioso e mi rendi odiosa a me stessa, figuriamoci a chi mi sta accanto.
"E' congenita, te la devi tenere finché campi", mi disse il dottore al quale ho chiesto aiuto quella primavera in cui per venti stramaledettissimi giorni ho avuto un dolore costante. 
Per due anni ti ho monitorata sul lungo periodo, imparando a conoscere i tuoi primi sintomi e cercando di contenerti per evitare di arrivare ad avere le visioni, come quella volta in Grecia. Ma sono solo riuscita a capire quando sicuramente arrivi. Purtroppo, però, ci sono dei momenti in cui decidi di arrivare senza motivo ed io non posso far altro che aspettare che tu decida di andartene, combattendoti con il buio totale che ti fa lentamente scomparire. 
Beh, sappi che oggi mi stai ancora più antipatica. 
Perché volevo uscire a cena ma non me l'hai permesso.
Perché mi fai sentire in colpa per il mio essere una compagna che talvolta si vede costretta a chiudere le comunicazioni e isolarsi nel suo mondo.
Perché adesso sono sola a casa e non riesco a fare una cippa di niente.
Insomma, fammi solo un favore: vedi di passare in fretta, vattene sul serio entro domattina.
Ho un sacco di cose da fare e tu non sei invitata.

giovedì 22 dicembre 2011

L'ultimo pezzo del puzzle

Io sono l'Ultimo Pezzo del puzzle. Non so se ci abbiate mai pensato, ma essere me non affatto cosa semplice.
Quando si apre la scatola non mi si vede, sono uno tra tanti, tantissimi, e lo resto fino alla fine, anche a puzzle completato. 
Io non vengo scelto come il Primo Pezzo -che, diciamocelo, è sempre lo stesso: un banalissimo angolo-. Io semplicemente capito a caso, quando tutti gli altri sono già belli e saldi al loro posto. E di solito, durante il progredire del lavoro, non mi si considera minimamente perché su di me non sono impressi dettagli significativi. Nessun occhio, nessuna scritta, nessun bordo. Talvolta sono una tinta unita che si perde nel marasma di altri mille Pezzi uguali. Solo che loro non sono Me. E mentre un po' per volta riescono a trovare la giusta collocazione, io resto lì in attesa, letteralmente messo da parte, perché a me si arriva per esclusione.
Non fraintendetemi. Credo che essere me sia tanto frustrante quanto esaltante. Per lungo tempo non sono altro che Niente e poi, all'improvviso, divento Fondamentale, Essenziale, oserei dire Imprescindibile. Il passaggio dall'accessorio al necessario è una metamorfosi davvero interessante. Soprattutto se, nel work in progress, sono stato risucchiato da un'incauta aspirapolvere o buttato sotto qualche mobile da un gatto dispettoso. Ce ne va un po' prima che qualcuno si accorga della mia assenza. E, a quel punto, io non sono più un pezzo ma divento IL Pezzo. Quello che manca. Quello senza il quale tutto il Puzzle perde senso. Quello che fa risultare sprecato il tempo passato a costruire tutto il resto. Quello che "vaffanculo, adesso tanto vale ributtare tutto nella scatola". 
Ecco. Quello sono proprio io.
Lo stesso che, quando viene posizionato nell'ultimo spazio vuoto disegnato su misura, vi fa provare un brivido infantile di traguardo raggiunto, di estrema soddisfazione, come se aveste appena appoggiato l'ultimo mattone di una casa costruita interamente da voi nella quale finalmente potete andare a vivere.
Quindi la morale è tutto sommato semplice. 
Abbiate cura di Me. A prescindere. 

giovedì 15 dicembre 2011

...Welcome Home...

Ci siamo. Questo è ufficialmente il Primo Post del mio nuovo blog.
Chi mi ha seguita in Unintended sa che questa scelta è stata assolutamente involontaria e per forza di cose, un po' per volta, qui verranno ri-pubblicati scritti che abitavano altrove.
Sono ancora preda del work in progress, ma con un po' di calma -e tempo- tutto verrà sistemato a modino.
E visto che detesto visceralmente sbrodolare in convenevoli, benvenuti nel mio wonder Wonderland.